mercoledì 21 dicembre 2011

Ricomincio da 100

Sono 100

Questo è il mio centesimo post. Mi ha sorpreso di avere avuto ben 3000 visite, circa 30 al giorno.
Ho iniziato circa un anno fa il 18 dicembre. Sono quasi due post a settimana in media. In realtà le ragioni che mi hanno portato a scrivere non le ho mai veramente esplorate. Direi che per me è come un diario, una memoria collettiva, una banca dati per conservare pezzi e appunti della mia vita

Marco Aurelio ha scritto "A se' stesso". In fin dei conti questo blog è un pò un diario a me stesso. Ora io non sono Marco Aurelio ma lui non aveva internet. La libertà della rete è potere condividere. E forse è questa la ragione per cui ho iniziato a scrivere. Non perché senta che abbia qualcosa da dire, ma perché sento che nessuno mi ascolta. Non me in particolare si intende. Mi pare che io sia parte di una società invisibile.

Quando ero precario mi sentivo esattamente invisibile. Solo recentemente la piaga del precariato, la mancanza di certezze nel futuro, sono diventati argomenti di conversazione. Non perché si faccia qualcosa, ma almeno se ne parla. E' come quando arrivò la perestroika in Russia. La gente diceva che non era cambiato nulla, ma almeno si poteva lamentare.

Eppure anche oggi passo da una invisibilità ad un'altra. Chi sono i ricercatori in questo paese? Sono un sottoproletariato intellettuale. Sono gli operai della cultura. Sono i supplenti della società, che fanno al tempo stesso due lavori, ricerca e didattica, essendo pagati (e male!) per uno solo. Sono quelli che devono reggere il sistema, la cerniera da un lato tra il livello dei professori che sono lontani dalla realtà come i nostri politici. Tutti intenti a pensare ai propri benefici, o al loro orto. Incapaci di avere una visione del bene globale, di vivere la loro professione come un servizio e non come un privilegio. E dall'altro i dottorandi, i laureandi e gli studenti. Sono quelli in prima linea, sempre. Perché conoscono i problemi del lavorare quotidiano in queste condizioni e con questi mezzi.

Eppure sono anche quelli che non hanno perso la speranza di cambiare questo paese, che ancora credono che anche attraverso il proprio lavoro si può fare un mondo migliore.

Ecco forse ho iniziato a scrivere questo blog perché sento che il paese ci ignora. Si riempie la bocca dell'importanza della ricerca ma poi alla fine non si strugge se piove nei locali dell'Università.

E' passato un anno da quando ho iniziato. Tutto sommato per me è stata una buona stagione, sono soddisfatto di questo 2011. Eppure quello che manca, oggi ancora di più che nel dicembre 2010 è la fiducia nel futuro. La crisi economica, la batosta della finanziaria, i conti pagati dai soliti noti. Almeno finora. Ma più in generale il senso che non esiste più una terra promessa, nessuno è esente dal contagio. Tutto sembra essere una spesa da tagliare.

E nessuno si ricorda invece che sebbene tutto abbia un costo non tutto ha un prezzo: le soddisfazioni, la nostra integrità, i nostri affetti. Per il nuovo anno ricominciamo da qui. 

venerdì 16 dicembre 2011

La radio, colonna sonora della nostra vita

Il 12 dicembre 1901, 110 anni fa, vi fu la prima trasmissione radio transoceanica. Guglielmo Marconi aveva reso il mondo più piccolo.

La tecnologia mangia i suoi figli. Il progresso rende obsoleto ciò che era parte della nostra vita fino a ieri. Eppure passano gli anni, si evolvono le tecnologie, ma la radio rimane sempre viva.


Non è più a valvole come quella che avevano i miei nonni, non costa cara, è di serie in ogni automobile. Una volta l'autoradio era un privilegio e come tale destava ammirazione e pericolose attenzioni. Si doveva portare via e pesava parecchio.

Nella mia adolescenza c'è la radiolina, quella piccina, con cui ascoltare tutto il calcio minuto per minuto. "Scusa Ameri, sono Ciotti", con la sua voce rauca e inconfondibile. Era un mondo immaginato, con gli spalti sempre "gremiti al limite della capienza" e la "ventilazione inapprezzabile". La TV era in bianco e nero e trasmetteva solo uno spezzone di una partita. Quando si sentiva la radio allora si immaginava il mondo in bianco e nero. Poi arrivò il colore ma il calcio si poteva vedere o allo stadio o da un amico che lavorava alla Rai e che ti faceva magari entrare per guardare i segnali in bassa frequenza come si diceva allora. Però almeno sognavamo a colori...

E così la radio diveniva la compagna delle nostre domeniche. Magari in gita con la scuola si camminava con l'orecchio sulla radiolina.

La radio è la colonna sonora della nostra vita. Un ricordo: dicembre 1997, la neve bigia scendeva tra gli alberi del Fermilab. Ero in macchina, avevo finito la giornata di lavoro. Era andato tutto bene, le misure per cui ero andato lì erano riuscite. Contento ma solo. Accendo la radio e sento una canzone di Elton John. E così mentre fuori soffia il vento mi avvio verso casa, nel silenzio e nel deserto di una serata invernale nell'Illinois. E dentro una grande felicità che la canzone ha cristallizato in un momento di epicità. Cosa sarebbe stato senza la radio?

Cosa sarebbero le mie quotidiane agonie sul raccordo anulare senza il conforto del "Ruggito del Coniglio"? Dose e Presta mi fanno compagnia da un decennio. In loro c'è una satira leggera, l'Italia che telefona è variegata, poliedrica. Pare ancora una nazione bella, sana, piena di tocchi di genialità.

C'è la radio parlata, di informazione. "Stampa e Regime" su Radio Radicale o "Focus Economia" su radio24. C'è la radio scanzonata di Caterpillar su radio2, quella di intrattenimento di "Si salvi chi può" su RMC, quella a mezzo tra l'attualità e un programma di costume, un pò degenere se vogliamo, de "La zanzara" su radio24. Sempre sulle stesse frequenze si può ascoltare (ma raramente, che orario infelice)  "Voi siete qui", un programma delicato che parla delle persone, di storie comuni che proprio perché comuni sono così uniche. C'è poi la radio di serie B, quella del calcio parlato, dei tifosi dall'italiano improbabile e dei commentatori dalla competenza discutibile. Sono uno spaccato del nostro mondo e valgono come fenomeno sociale più che sportivo.

E poi c'è la musica, tanta musica, a tutte le ore, su tutte le frequenze.

Ma sopratutto in un mondo in cui la fantasia è sempre più all'angolo, con il 3D, con i videogiochi così realistici, la radio insieme ai libri è l'ultimo rifugio del nostro immaginario.

Perché i sogni sono sfumati, sono distanti dalle linee marcate della realtà, così come è la radio.

mercoledì 14 dicembre 2011

18 minuti

18 minuti è il tempo che impiega il treno per andare dall'aeroporto di Fiumicino alla fermata Villa Bonelli.
Quanto sono 18 minuti? E' un tempo lungo o breve? Dipende. Oggi sono stati lunghissimi.

Torno dalla Germania pieno di buoni propositi. No questa volta no, non sarò esterofilo. Voglio trovare il buono che c'è anche da noi, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno.


18 minuti può essere il tempo in cui ti sembra di essere nel dormiveglia. Quando hai un sogno, un bel sogno o un incubo. E sei in un momento nel quale la realtà si confonde con l'illusione. Non sai dove è la verità. Rimani nel dubbio, sei incerto. Ti svegli con l'affanno magari e non capisci.

E poi poco a poco la coscienza ti invade l'animo, i sensi si riprendono e le cellule grigie iniziano a girare. Quanto dura? Non lo so, oggi 18 minuti.


Biglietto: 8 euro, per 18 minuti. Ad Amburgo con 2.80 euro arrivo all'aeroporto stando in treno 43 minuti. Qui 8 euro!

Il servizio è caro ma non ne vale la pena. Il treno è uno di quelli pendolari, tutto rotto, scassato, non sporco, lurido, lercio. Il bagno non funziona ma forse è meglio così. Mi chiedo come fossero le latrine nella grande guerra...

C'è un display luminoso che annuncia le stazioni. Purtroppo non è sincrono con la realtà. Mostra la stazione precedente. In un treno che arriva dall'aeroporto può essere un problema.

Una voce gracchiante ogni tanto annuncia qualcosa, ma l'altoparlante emette solo un ronzio incomprensibile. Passa un controllore a bucare i biglietti, con una certa fastidiosa fretta. Customer satisfaction? Ma non mi fate ridere, provate voi a lavorare tutto il giorno in questo vagone spazzatura.

Il percorso è breve eppure si riesce ad accumulare ritardo.

18 minuti non sono un viaggio solo nello spazio, ma anche nella coscienza. Sono una iniezione crudele di verità, sono una scritta luminosa che lampeggia "Dove ti credi di vivere? Questa è la realtà! Non sei in Europa, se nel meridione del mondo". E a poco a poco realizzi che sei stato in Matrix ma adesso ti hanno destato.

"Neo hai mai fatto un sogno così realistico da sembrarti vero?"

Sì ma 18 minuti mi hanno svegliato!


giovedì 1 dicembre 2011

C'era una volta l'orgoglio...



Il mio lavoro è fatto di studio, di fatica, ma anche e sopratutto di ispirazione. Ci vogliono dei momenti nei quali si può e si deve ricordare che non si tratta solo di un lavoro ma di una grande avventura intellettuale.

Oggi è stata una giornata così. Si festeggiavano i 50 anni della nascita di Ada, acronimo di Anello di Accumulazione. Il primo anello di accumulazione al mondo per elettroni e positroni. Un'idea del grandissimo Bruno Touschek, tanto avanti nel tempo che nessuno la appoggiò subito in pieno.

E fu così che Giorgio Ghigo propose di fare un piccolo prototipo, una macchina in piccolo. Sarà un successo incredibile. Un paio di anni dopo Ada sarà trasferita ad Orsay dove vi era un linac potente e lì dentro quell'anello avverranno le prime collisioni tra elettroni e positroni della storia, aprendo un nuovo mondo.

E per l'occasione c'erano tutti, dal novantunenne Salvini, giovanissimo direttore dei laboratori di Frascati al tempo, a Carlo Bernardini, classe 1930. Attorno al loro tante generazioni di fisici. Accanto a me era seduto un giovane e brillante dottorando di Tor Vergata, classe 1987, nato 67 anni dopo Salvini!

Ma non è stato uno sterile amarcord del tipo quanto eravamo belli quando si era giovani. No. E' stato un viaggio non solo nel tempo ma nella coscienza di un paese. Che era leader. Una storia fatta da un direttore di 33 anni e da un gruppo di ragazzi sotto i 30. "I miei cavalli di razza", come ricorda Salvini.

E' la storia di un paese che aveva l'orgoglio dei suoi ragazzi, che metteva risorse e professionalità al servizio della scienza e del progresso. E' la storia di uomini che non vi sono più e di alcuni vecchi saggi che riescono a raccontare le loro esperienze, come i superstiti dell'olocausto. La differenza è che loro parlano dell'età dell'oro, quando i giovani potevano lavorare appena laureati, quando dall'estero venivano qua a lavorare e non viceversa. Parlano di un tempo in cui la scienza, anche nel nostro paese, era vista come un investimento e non come una spesa.

Alla fine della giornata mi sento orgoglioso di lavorare in un posto del genere, che ha una tale storia e tradizione e mi dico: anche la mia generazione farà grandi cose. Anzi le facciamo già, solo che in patria nessuno se ne accorge... 

domenica 27 novembre 2011

Il dovere di un insegnante

Si è aperta la polemica sulla cattedra di Scattone al liceo che fu di Marta Russo.

Per i più giovani ricordo che nel 1997 una studentessa di 22 anni fu uccisa alla Università "La Sapienza" da un colpo di pistola. Dopo molte perizie tecniche si individuò il punto di partenza, una finestra dell'istituto di filosofia di diritto.

E qua la vergogna seppellì la Sapienza. Laddove si insegnava la legge, si diffuse invece una dottrina omertosa.  Chi aveva visto non parlava, chi sapeva scordava. A tutti i livelli ma sopratutto in quelli più alti. Il buon nome dell'istituto andava preservato.

Alla fine furono condannati Scattone e Ferraro per omicidio colposo e favoreggiamento. Sebbene avessero manifestato interesse per il "delitto perfetto" non fu possibile provare la volontarietà del gesto, ovvero sparare nel mucchio, non avendo un bersaglio, non avendo un movente e facendosi un alibi.

Ricordo benissimo quei giorni, in cui ancora andavo di tanto in tanto all'Università. C'era un clima terribile. Non si sapeva cosa fosse successo. La gente si muoveva veloce, evitava di fermarsi all'aperto. Sentii qualcosa su una spalla, stavo già per buttarmi per terra, era una foglia che cadeva da un albero. Questa era la situazione.

Dopo tanti anni questa storia riaffiora perché Scattone, che è libero e  non è interdetto dai pubblici uffici, ha ottenuto la supplenza nel liceo che fu della vittima, Marta Russo.

Secondo la legge lui può insegnare. Anzi in una intervista al Corriere rivendica i suoi diritti. Questa è la ragione secondo me perché questa persona non può insegnare ne' lì ne' in un altro posto.

Intendiamoci. I Santi sono solo in cielo e tutti hanno diritto ad una seconda chance, ma se riconoscono i propri errori, se si pentono, se vivono la loro vita come un esempio da non seguire. Ecco lui dice "mi sono sempre dichiarato innocente", con una formula bizantina da leguleio per non affermare "sono innocente". Lui che era assistente e doveva insegnare il rispetto della legge si è macchiato di un crimine assurdo, togliendo la vita ad una ragazza di 22 anni, non so se per un errore nel maneggiare la pistola o per una folle dimostrazione.

Ad ogni modo se lui si proponesse come esempio da non seguire, non vedrei nessuna ragione per toglierli la cattedra. Ma lui non fa così.

L'insegnante non trasferisce solo nozioni. C'è anche un esempio che passa in via osmotica, di una persona con i propri pregi e i suoi difetti. E quello che trasmette deve essere anche civismo, un'idea di cittadino che prima di reclamare diritti verifica se è in ordine con i suoi doveri. La scuola forma le coscienze oltre che le conoscenze.

Avere sulla cattedra una persona come Scattone che ha l'egoismo dei suoi diritti senza avere la sensibilità di rinunciare a quella supplenza, essendo stato il liceo della sua vittima, può solo generare pericolosa emulazione in menti ancora in formazione.

venerdì 25 novembre 2011

Il sorriso dell'amore

Si sa, andare ad un funerale non è mai piacevole. Se poi conoscevi la persona ancora di più, la mamma di uno dei miei più cari amici, serenamente spirata nel sonno dopo una lunghissima lotta con l'Alzheimer, che l'aveva profondamente offesa.

Sono momenti catartici nei quali ci riappropriamo della nostra dimensione finita. Sono attimi in cui il mondo rimane fuori dalla porta della chiesa.

Non è il primo e credo non l'ultimo a cui parteciperò, prima del mio. Un velo di tristezza anche per il magistero del prete: il poverino era straniero, alcune difficoltà di pronuncia, congiuntivi e condizionali erano per lui un tutt'uno. Mi pare che abbiamo messo il sacerdozio alla stregua della raccolta dei pomodori, nessuno lo vuole più fare e dunque avanti gli affamati.

Mi sorprendo del fatto che ogni cosa, anche la più triste, anche le esperienze peggiori hanno dentro un profondo insegnamento, se lo si sa ascoltare. Il povero vedovo era straziato dal dolore, una scena che mi ha commosso e intristito particolarmente. Era perfino difficile andare a salutarlo per quanto stava male, sembrava di disturbare.

Mi ha abbracciato stretto, chiamandomi come ha sempre fatto, "lo scienziato". E poi mi ha dato un buffetto e senza che io gli avessi detto nulla, senza avere pensato nulla ha aggiunto con tono paterno: "Voi non potete capirmi. Anche se non parlava più io la carezzavo e lei mi sorrideva".

Anche se lei stava male, pure se non riconosceva i suoi cari, lui l'amava e l'ama ancora e tutto quello che anelava era giusto un sorriso.

Il sorriso dell'amore.

Ed ha ragione. Perché l'amore non ha bisogno di niente, nemmeno delle parole, neppure della salute. Tranne che del sorriso della persona che amiamo, che rende le nostre giornate felici e degne di essere vissute.

Oggi non l'hanno letta la prima lettera di S. Paolo ai Corinzi, che chissà perché viene relegata ai matrimoni e non ai funerali. Mi piace ricordare quando dice "l'amore non avrà mai fine". 

domenica 13 novembre 2011

Io & Silvio

Mi volgo indietro e guardo il MIO mondo, prima e dopo l'era di Berlusconi.

Quando sono uscito dal liceo la scuola pubblica non si discuteva. Avevo in classe due figli di onorevoli. E il mio non era certo il migliore liceo di Roma. Chi andava ad una scuola privata lo faceva perché non era abbastanza bravo per quella di stato. Ed infatti uno dei due trasformò così i suoi 4 in tanti 8. C'era un grande rispetto per la classe docente. Certo, nel mucchio ci poteva sempre capitare la mela bacata, ma nel complesso erano tutti bravissimi. Se prendevi un votaccio era sempre per colpa tua. L'edilizia scolastica non era un granchè nemmeno allora, ma almeno si faceva la manutenzione.

Oggi i genitori devono mettere di tasca propria i soldi per mandare i figli a scuola, altrimenti non si va nemmeno al gabinetto. Se prendi un 4 la colpa è del professore che te lo ha messo, non tua che non hai studiato. Il docente è sempre incompetente e parziale in una concezione complottista e vittimista della vita.

Ma sopratutto è cambiato il modo in cui la società vede l'insegnante. E' quasi un parassita che fa tre mesi di vacanza, è uno che è professore perché non era bravo a fare qualche altra cosa. Il fatto che questa persona formi le conoscenze e le personalità dei giovani è totalmente disconosciuto.
La scuola delle tre i, inglese, informatica e impresa, diploma una marea di ignoranti, incompetenti e talvolta insolenti figli di papà.

Credo che ciò derivi da un sentimento di ostilità nei confronti della cultura. Senza arrivare agli eccessi di Goering che si dice togliesse la sicura alla pistola quando sentiva questa parola, qua si è identificata la cultura con la sinistra. Gli si è fatta la guerra, e si è voluto buttare il ragazzino con l'acqua sporca.

La cultura non riempie la pancia, disse il ministro Tremonti.

Raramente ho sentito una affermazione così stupida e presuntuosa. In un mondo in cui siamo in concorrenza con 1.6 miliardi di cinesi e più di un miliardo di indiani che producono a basso costo, solo la cultura, solo l'istruzione, solo la competenza ci può salvare. Come hanno capito infatti benissimo i paesi verso i quali i nostri migliori cervelli emigrano, e che fanno affari basandosi su essi.

E poi la cultura riempie la pancia meglio di tante altre cose. E non è un discorso radical chic da chi si può permettere di emettere sentenze perché riesce ragionevolmente bene a mettere insieme il pranzo con la cena. La cultura ti da' la forza di andare avanti. Ti aiuta a capire le priorità della vita, ti riempie l'anima meglio della pancia. Fatti non fummo per viver come bruti...E' vero non è uno slogan!

Ma dove il berlusconismo ha picchiato forte e duro è sull'università e sulla ricerca. Siamo a livello della pulizia etnica. Ci sono solo due certezze in questo paese, se servono soldi li prendiamo dall'università e ricerca e dalle accise sulla benzina. L'associazione della Moratti e della Gelmini ha depauperato le risorse economiche ed intellettuali del paese. Ha bloccato per anni l'accesso creando un enorme precariato intellettuale. Ha fermato il rinnovamento della classe docente che si trova oggi vecchia, anagraficamente e mentalmente, non essendo stata in contatto per anni che non con se stessa.

E, ciliegina sulla torta, non ha risolto nessuno dei gravi problemi che affliggono l'Università, come la meritocrazia, il familismo e il nepotismo. Ha dato una tale idea di marginalizzazione dell'Università, che alla fine l'Università stessa si è veramente marginalizzata.

Ha introdotto un metodo di valutazione assolutamente incongruente. L'anno scorso il ministro voleva chiudere il dipartimento di matematica a Tor Vergata. Da tutte le statistiche risulta che questo sia il migliore dipartimento di matematica in italia, il nostro MIT nel campo. E perché lo volevamo chiudere? Perché il rapporto docenti/studenti non rientrava nei parametri del ministero. E non si va a guardare se quegli studenti o quei docenti sono bravi. Quest'anno quel dipartimento ha vinto tre borse europee da più di un milione di euro! In tutta Italia, in tutti i campi scientifici sono state 28, e ben tre nello stesso dipartimento, mai successo. Ma sì chiudiamolo.

La valutazione si è spostata su dei numeri che testimoniano solo se gli studenti sono in corso, se sono tanti e non se sono bravi, se vengono preparati adeguatamente. Così ci si organizza. Tutti voti alti, tutti promossi, altrimenti il ministero chiude il rubinetto. Abbiamo pochi laureati? Ma diamine, abbassiamo il livello, chiediamo di meno, manica larga ci vuole. E così svalutiamo tutto e quei pochi bravi che ci sono, perché le persone in gamba nascono sempre, preparano gli esami a cui prendono trenta in pochi giorni e dicono che è più difficile verbalizzare un esame che darlo. A loro è fatto il danno più grande, perché non li stimoliamo, perché non li portiamo ad avere quello che le loro capacità gli consentirebbero.

Questo è il lascito del Berlusconismo per me, non le gaffe, le battute volgari, o le ragazzine minorenni. E neppure le penalizzazioni economiche che mi ha inflitto, considerando il mancato adeguamento salariale e la mancanza della diaria nelle missioni all'estero.

E' il vuoto che lascia in un paio di generazioni.

giovedì 10 novembre 2011

Cincinnato

L'Italia non è solo terra di santi, poeti e navigatori. E' anche la terra dei mediocri. Anzi vi è una vera tirannia dei mediocri.

Il mediocre non ha rispetto per la professionalità, non riconosce il valore quando lo incontra. Dunque di solito è ostile a tutte le persone di valore, quelle che invece all'estero sono così apprezzate.
In lui non scatta ammirazione ma invidia. E la sua logica è quella del mal comune. Gode delle disgrazie altrui, non potendo avere delle gioie in proprio.

Non accetta volentieri uno scambio dialettico perché si trova in difficoltà, ma pensa di uscirne non con gli argomenti ma con una battuta.

Eh sì perché il mediocre riesce sempre simpatico. Noi abbiamo una naturale propensione per l'incompetenza. Non ci mette a disagio, non ci fa sentire inadeguati. Che noia le persone competenti, questi professorini...

Invece di circondarsi di persone in gamba per migliorare, il mediocre preferisce altri mediocri, anzi financo peggiori, così da potere risaltare nell'insipienza.

E dunque ecco che basta un suonatore di piffero per incantarlo. Lo monta, gli fa credere che avrà mari e monti, lo seduce, lo abbindola, tanto la capacità critica di un mediocre è bassa. E' alta solo la sua cortina di diffidenza. Una volta superato il primo sbarramento, è un campo incolto.

E il giorno in cui i nodi vengono al pettine, quello in cui le balle che tutto va bene spacciate per mesi alla faccia dei gufi tristi e pessimisti mostrano la corda, ecco che la colpa non è nostra, ma del solito complotto masso-pluto-giudaico. Sono i poteri forti che ci affossano, d'altronde il capo del governo era un potere debole. Azionista di mediobanca, proprietario di televisioni e giornali, della grande distribuzione, del mercato della pubblicità, del cinema, di banche e di tanto altro. No lui non è un potere forte, lui no!

Ed ecco allora che la storia d'Italia si ripete sempre uguale, dall'antichità. Anche questa volta chiamiamo un Cincinnato che deve rimettere a posto quello che abbiamo sfasciato. Speriamo non sia troppo tardi.  

mercoledì 9 novembre 2011

profumo di futuro e puzza di passato

Ci sono delle persone che ti trasmettono un profumo di futuro. E' il loro entusiasmo, la loro passione, il loro immaginare il domani. Loro non lo sognano, lo vedono. E lo puoi quasi vedere anche tu con i loro occhi.

Ne conosco alcune. Ovviamente molti sono giovani perché in loro è più forte l'entusiasmo. Lottano per costruirsi un futuro migliore, e non hanno paura di lasciare casa, affetti e famiglia per mettersi in giro per il mondo per seguire un loro sogno o semplicemente per migliorare la loro condizione.

Ma  ci sono anche delle persone che guardano avanti a qualunque età. Che conservano sempre l'allegria, che sorridono alla vita, e che, magari con disincanto, hanno sempre fiducia nel domani.

D'altro canto c'è invece un vero tanfo di passato. L'Università ne è piena. Già le strutture, gli edifici, e le attrezzature parlano solo di passato. Ne hanno troppo mentre sono scarse di futuro.

Ma anche tra le persone che la animano c'è parecchia gente che guarda sempre indietro. Sono rimasto parecchio sconcertato dall'ultima riunione del mio dipartimento. Si sono rinfacciati anni e anni di dissidi. Invece di pensare a pianificare il dopo si sono avvitati sul prima. Inconcepibile e intollerabile.

Sono molto simili ai nostri politici, che invece di darci una visione del domani si rinfacciano i peccati di ieri.

Seguiamo chi profuma di futuro e lasciamo solo chi puzza di passato.

giovedì 3 novembre 2011

quando il superfluo è necessario



Aprono Trony a Ponte Milvio e si scatena l'inferno. Nemmeno regalassero. 2 milioni di euro spesi in poche ore. Ora Trony non vende certo generi di prima necessità. Credo si possa sopravvivere anche senza TV al plasma o iphone.

Mi sono cominciato a guardare incontro. Non vedo molta TV ma ho cercato apposta le pubblicità. E francamente ho scoperto delle vere perle. Non volete regolarizzare il vostro intestino? Come potete fare a meno di Yakult!! Ma chi ha scelto il nome? Voleva fare concorrenza al bifido attivo? E io che soffro di colon sensibile che non lo sapevo.

Ma ecco irrompe Somatoline con una affermazione lapidaria: la cellulite è una malattia. Meno male che ancora non è un delitto. Le carceri sono già piene...

E come fare a meno delle Birbe Amadori? quei croccanti bocconcini di pollo...A me il pollo piace vederlo intero in forma di cosce e petti. Quando lo sminuzzano in pezzettini...mah.

Certo non può mancare nelle vostre case l'ipad2, un oggetto così stiloso (come dicono alla radio con un tremendo neologismo). Tutte cose che non servono praticamente a nulla.

Ma questo è nulla davanti al cattivo gusto della ditta Taffo (attenzione non Tanfo) che ha riempito la città di manifesti.

Garantisce una cremazione certificata. Eh sì perché oggi neanche fare il caro estinto flambé pare sia esente da truffe.

Siamo circondati dal superfluo che qualcuno ci ha spacciato per necessario. Davanti a tanta vera povertà è insopportabile questa corsa al futile.

La mattina incontro sul raccordo anulare una processione di SUV e macchine di lusso. Forse la mia piccola yaris non fa lo stesso servizio? Sarà vero, come dicono, che la virilità italica si misura in cavalli vapore.

Mi è piaciuta moltissimo la definizione che ho letto in uno degli articoli agiografici sulla morte di Simoncelli, data dal povero centauro: "La ricchezza è quando puoi acquistare del cibo senza guardare l'etichetta del prezzo".

Sottoscrivo, sono un uomo ricco.

martedì 25 ottobre 2011

auf wiedersehen

E' arrivato il giorno. Barbara parte per Berlino. Trovo che la sua storia sia un pò paradigmatica di una generazione ed è per questo che la voglio raccontare.


La conosco da molti anni.


E' sempre stata bravissima, sia da studentessa, da laureanda e da dottoranda. Abbiamo lavorato insieme e diviso anche lo stesso ufficio. Molto indipendente, ma sopratutto molto volenterosa. Credo che una frase che è stata detta l'altro giorno la definisca meglio di tutte: "Ci mancherà non solo la sua bravura e competenza ma anche il suo modo di lavorare in un gruppo". Questo è un aspetto non considerato abbastanza nella nostra professione. Lei invece ha anche questa grande qualità. Si sa relazionare con gli altri.


Non credo che abbia mai pensato di continuare a lavorare in Italia. Ha avuto più di una offerta e ha anche potuto scegliere. Come ho avuto già modo di scrivere (http://futuroposteriore.blogspot.com/2011/06/una-non-sottile-differenza.html) la sua storia è un bicchiere mezzo pieno. Vogliamo vedere il fatto che il nostro paese le ha dato una grande formazione, oppure che una persona che potrebbe contribuire sostanzialmente alla costruzione di un futuro migliore prende la via dell'estero?


Le ho chiesto perché parte. Alcune risposte sono da incorniciare. " L'Italia ben presto sarà un paese per ricchi, dove se non guadagni tanto non sei libero (non puoi accedere all'istruzione, curarti come si deve, andare a teatro... ecc.) ... Non ci tengo a restare qui". Questo e le scarse, diciamo nulle, prospettive sono ragioni più che sufficienti.


Le auguro ogni bene.


E va via come gli altri 200.000 italiani che negli ultimi dieci anni hanno condiviso la stessa scelta. Persone che abbiamo formato con spesa consistente e del cui contributo si potranno servire altre nazioni.


E vanno via non certo perché da noi non si fa una buona ricerca. Con la 29-esima spesa, siamo ottavi nel mondo e la produttività pro capite dei nostri ricercatori è la terza al mondo. Siamo neanche la metà dei ricercatori francesi.


Oggi è passato a salutarmi un ragazzo che è stato diversi mesi in america. Mi ha fatto un immenso piacere che sia venuto a trovarmi appena sceso dall'aereo. L'ho trovato galvanizzato, dinamite pura. Ricordo come stava alcuni mesi prima di partire: abbattuto. Non vede l'ora di andare via di nuovo. Lì si sente vivo, importante.


Non sarà la patrimoniale, ne' le pensioni a 67 anni, non è il condono quello che ci salverà.


Ciò che ci manca è il futuro e la fiducia nei giovani che ne sono gli artefici.


giovedì 20 ottobre 2011

Imprigionato

Roma si sa che non è attrezzata per le catastrofi ambientali. Ben tre ore di pioggia in effetti rappresentano una sfida inarrivabile. Lo sapevo, quando sono entrato in macchina qualche minuto prima delle otto  di stamani sapevo che poteva essere una giornata difficile, quello che non mi aspettavo è che sarebbe stata a tratti drammatica.

La Roma Fiumicino era moderatamente allagata, singola corsia, tutti a 30 all'ora. Sembravamo i piloti dietro la safety car. Mi sono stupito del civismo, ma forse anche questa situazione è uno specchio del paese. Se serve la gente sa essere responsabile.

Arrivo sul raccordo alle 8:21, piove forte, visibilità pessima, pochi metri appena. L'acqua cade copiosa, le ruote avanzano con fatica nei rivoletti che le altre autovetture aprono davanti a me. E' dura. Arrivo in un'ora al tunnel dell'Appia. L'acqua esce a fontanella dai bordi dei lastroni di cemento armato che fanno da contenimento ai terrapieni. Il tergicristallo è sempre al massimo.

Da questo punto in poi impiego due ore per fare due chilometri. C'è un perché. Il raccordo è allagato. Una macchina della polizia è intraversata con scritto "strada chiusa". Ma consente di passare sulla corsia di sorpasso. Una macchina per volta, avanza lentamente e poi sparisce tra i flutti in una nuvola di fumo, per poi ricomparire dopo il guado. Si aspetta che la traversata sia finita per passare. Io non sarei voluto andare, ma non si può scegliere. Dietro la pressione di chilometri di automobilisti incavolati, la polizia che è trasparente, non chiude la strada, non aiuta l'incolonnamento. Si esce solo di lì.

Radio Rock trasmette l'intervista su un libro che ricostruisce il delitto di Via Poma. Spengo. Comincia la traversata. Arriva l'acqua, la macchina sbuffa, tengo alti giri in prima sparata. Vedo il fango alzarsi impetuoso, sale sul cofano della mia auto ad ondate. Che succede se si spegne qui? Come esco? dove vado? Che faccio?

Invece l'acqua cala, l'auto esce dalla pozza e io mi rassereno. Alla fine avrò impiegato quattro ore stressanti.

Oggi il sindaco dice che la colpa è del servizio metereologico che non ha previsto la pioggia. Eh sì perché averlo saputo ieri sera avrebbe aiutato le squadre del comune, che si sa sono sempre pronte, come tanti insetti, a sciamare per le strade e liberare tombini, tagliare i rami secchi, mettere a punto le idrovore.

Non bastava l'acqua, verso sera piovono anche le stronzate.

lunedì 17 ottobre 2011

sackgasse

Una volta durante una passeggiata sulle Alpi austriache, ho trovato un cartello sul sentiero. Da una parte c'era una località che non ricordo, dall'altro c'era scritto Sackgasse. Poiché mi pareva che l'altra direzione fosse sbagliata, sebbene sulla mappa non c'era nessuna località così chiamata, sono andato là. L'ignoranza delle lingue è una brutta cosa. Sackgasse in austriaco vuol dire quello che i francesi chiamano cul de sac. Strada cieca, senza uscita. Bisogna tornare indietro.

Mi pare che ci siamo finiti dentro. E che non abbiamo molte possibilità di uscirne fuori. Il problema nasce dall'idea che si possa produrre ricchezza non dal lavoro ma dal denaro. Poiché questo non si crea e non si distrugge, se si accumula da qualche parte si depaupera da un'altra. Così il mondo della finanza al riparo dei loro mega bonus, gioca a Monopoli, e a volte anche a Risiko, con il mondo. Crea una realtà virtuale fatta di prodotti derivati che sono staccati dalla realtà delle cose. Una borsa valori che perde il 30% del valore dalla metà luglio a settembre è completamente avulsa dai valori reali, oppure qualcuno pensa che quelle aziende durante l'estate si siano veramente svalutate così tanto? Si sono liquefatte? Vendevano gelati ed è andata via la corrente?

La quantità di soldi che riescono a muovere è tale da mettere in difficoltà gli stati. La politica in tutto questo che ruolo gioca? Praticamente nulla. Tutto si trasferisce ad un livello più alto. E poiché per fare politica serve denaro e per farsi eleggere occorre costosa visibilità ecco che nessuna classe politica, a tutte le latitudini, si può considerare immune dalle interferenze della finanza.

Altrimenti perché dopo il crac di Lehman Brothers non si è intervenuti a livello sovranazionale sulle leve che hanno scardinato il sistema? Perchè non si sono normati i CDS (credit default swap) che stanno spingendo la speculazione sui debiti sovrani? Perché si è rifinanziato pesantemente il sistema bancario senza chiedere il conto a chi aveva prodotto i guasti, anzi permettendo loro di dividersi i soliti bonus miliardari? E' facile fare affari così, se guadagno tengo per me, se perdo chiedo l'aiuto del pubblico, ovvero di tutti noi. Perché altrimenti, essendo l'architrave del sistema, se crollo mi porto giù tutti. E' paradossale che uso il soldo pubblico per risanare i miei dissesti e poi azzanno quello stato per essersi indebitato.

Chi paga sono sempre i soliti noti: noi. Saremo anche il 99% come gridano gli indignati, ma contiamo zero. Come se ne esce?

Sackgasse...

sabato 8 ottobre 2011

La morte del corsaro

L'America è il paese senza storia e forse per questo adora tanto le storie. Quelle di personaggi che tracciano una linea, rompono gli schemi, creano una leggenda. Specialmente se non sono i soliti buoni, ma fanno di tibie e teschi i loro emblemi.
Al Davis è stato per più di 50 anni il più personaggio dei personaggi del Football Americano. Il più criticato, crocifisso, odiato, ma anche il più intransigente. E' stato tutto, da allenatore (il più giovane di sempre, e 'coach of the year') a presidente della lega, fino a proprietario di una squadra. E sicuramente non ha mai avuto De Coubertin tra i suoi miti. Vincere è l'unica cosa che conta diceva. E lui ha vinto. Ma più che per le sue vittorie sarà ricordato per avere fatto di una squadra il suo alter ego. Prima di lui i Raiders erano una delle compagini più anonime e perdenti che abbiano mai calpestato i prati. Lui gli ha dato un'anima, la sua. Uno spirito: nero, cattivo, cinico. Sono sempre stati dei picchiatori, intimidatori fino al limite delle regole.

La sua mentalità di gioco non contemplava la pazienza. Lui non amava tanti piccoli guadagni. Voleva i giochi ad effetto. Correre e lanciare lungo, molto lungo. Giochi difficili eppure bellissimi.

Ma i tempi cambiano e dopo gli scoppiettii iniziali l'ultimo titolo risale al lontano gennaio 1984, incorniciato dalla magnifica ed epica corsa di Marcus Allen. Poi trent'anni di poco per tornare alla finale (persa) solo nel 2003.

E' stato sicuramente un rompiscatole, un incubo dei suoi allenatori. Avere un presidente che non solo capisce del gioco essendo stato un allenatore di successo a sua volta, ma che addirittura ritiene che la sua squadra debba essere un riflesso della sua anima, dei suoi istinti e pensieri non è certo il massimo che possa capitare ad un coach.

I Raiders sono stati la prima squadra che ho visto vincere un Superbowl, in quel gennaio del 1981. Lo devo dire: non ho mai avuto una grandissima passione per lui e per la sua squadra. Mi ha sempre disturbato il suo esasperato protagonismo. Non ho mai amato quello che nel calcio si chiamerebbe palla lunga e pedalare. Eppure non posso non dire che la sua morte mi ha molto intristito. Perchè in fin dei conti lo sport in america è anche e sopratutto un grande spettacolo, un grande circo. E lui ne è stato un grandissimo protagonista. Mi mancherà.






giovedì 6 ottobre 2011

Bilancio di un mese straordinario

Alla fine sì, sono un privilegiato. E' stato un caso, un affollamento di impegni imprevisto, che mi ha portato in quattro paesi in un mese. In fin dei conti l'anno scorso non ero andato a nessuna conferenza.



Prima conferenza, la civettuola San Sebastian, Spagna, Paesi Baschi. Regione strana, lingua incomprensibile, soggiorno piacevole ma non la sceglierei mai per le mie vacanze. Grandi alberghi che costeggiano una lunghissima lingua di sabbia resa ora esile ora vasta dal gioco delle maree. Ma sopratutto tanta, troppa gente.


Per la seconda è stata la volta della dinamica Londra. Bella, organizzata, efficiente, aristocratica. Con dei trasporti favolosi, ma molto cara. Ha un fascino particolare con i suoi monumenti viventi, castelli che sono ancora di una casa regnante, Westminster Abbey dove si sposano i principi e vengono incoronati Re e Regine. L'Università dove c'era la conferenza era anch'essa suggestiva, ispirata al famoso castello francese di Chambord. Ma santo cielo quanto è schizzata la gente, nella City sembrano schegge impazzite, bollicine di gas in una bevanda frizzante appena aperta la lattina.


Quindi una delle più belle esperienze, andare a fare lezione ad una scuola del Cern, nella cornice di una isola dell'Egeo, Chios.


E' sempre emozionante partecipare come docente a questa scuola, quando 13 anni fa sedevo tra i banchi come studente, conoscere altri docenti e anche gli studenti che sono un melting pot di paesi e culture differenti. Chios sembra l'Italia descritta da Guareschi in Don Camillo. Molto provinciale, diciamo un pò arretrata? Chiusa intorno alla sua città principale, regala spazi immensi dove si possono percorrere chilometri senza incontrare anima ne' macchina. Famosa per il mastica, una resina estratta dagli alberi da cui ricavano liquori e caramelle. Sa un pò di idrocarburo e non incontra il favore dei non greci.

Infine un workshop nella sempre umida Amburgo. Qui sono di casa, conosco tutti, eppure imparo sempre qualcosa.

Ho incontrato nuove persone e rivisto quelle già note. Ho imparato molto e mi sono fermato a pensare su quelle che sapevo, o pensavo di sapere. Bisogna avere paura di quello che sappiamo non di ciò che non sappiamo diceva qualcuno. Ma sopratutto, oltre alla dimensione professionale che è stata ovviamente importante, ho aperto una finestra su diversi paesi, sulla gente che vive lì, come si veste, cosa mangia, cosa pensa e spera.

E sono esperienze che aiutano a sprovincializzarsi. Oggi i giovani hanno molte possibilità di viaggiare e anche di lavorare all'estero. Sono occasioni da non perdere. Il confronto con altre culture, altri stili, altre organizzazioni del lavoro e della società ci permettono di apprezzare meglio quello che abbiamo qui e di capire cosa va corretto. Fossimo uno stato stanzierei risorse per permettere a chiunque di potere fare una esperienza lavorativa o di studio oltre le alpi. sono certo che questo migliorerebbe molto le persone e la società

Sono un privilegiato. Alla fine il mio lavoro mi permette di essere un cittadino del mondo, di stare in contatto con persone che popolano i quattro angoli del pianeta.

E' vero non mi pagano molto per farlo, ma ci cose che non si monetizzano e danno tanto: le soddisfazioni. 

mercoledì 5 ottobre 2011

La donna che non molla mai

Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare per uno dei mostri sacri del mondo degli acceleratori di particelle: Helen T. Edwards. L'ho rincontrata l'altro giorno ad Amburgo insieme a suo marito Don Edwards, anche lui fisico. Lei classe 1936, lui credo 1931, ma non sono sicurissimo. Erano diversi anni che non li vedevo e sono stato felice di incontrarli. Li ho trovati anche piuttosto bene.

Lei è tornata alle ribalta della cronaca anche in questi giorni, essendo stata la persona che ha spento il Tevatron, la più grande macchina per protoni del mondo prima dell'arrivo di LHC. La macchina con cui per esempio si è scoperto il quark top. E hanno chiamato lei a spegnere perché Helen era stato a capo del progetto che lo aveva costruito. E' sicuramente una delle personalità più  importanti della fisica americana nel campo, avendo ricevuto una marea di premi e riconoscimenti.

Mi diceva Don, che a sua volta è un apprezzatissimo e stimato fisico nonché autore di un famoso libro, che quando accesero Tevatron non c'era tutto questo clamore. Adesso che invece si chiude arrivano le luci della ribalta. E' come se non si festeggiasse una nascita ma una morte!

Perché mi ha colpito l'altro giorno? Beh perché alla sua età, dopo avere spento Tevatron, è saltata su un aereo intercontinentale ed è venuta a partecipare a questo workshop, che era sopratutto fatto da gente che lavora. Diciamo che c'erano molte persone brave e pochi chiacchieroni. Insomma stava lì a presentare un lavoro come fosse un qualunque ricercatore (io infatti, un qualunque ricercatore, presentavo qualcosa). Ho trovato questa cosa meravigliosa. Perché dietro il suo grande successo c'è un grande amore per il suo lavoro, che si identifica largamente con la sua vita. A 75 anni con il suo curriculum non sta a potare le siepi o dietro una scrivania. Sta ancora in prima linea.

Helen non ha un carattere facile. E' una persona molto esigente, ed un capo severo. Devo dire che io mi sono sempre trovato bene con lei. Ma so di molta gente che ha avuto esperienze non così positive.

Eppure non posso non pensare guardando Helen che sia un grande esempio per tutti e per le donne in particolare. E' infatti sempre citata quando si parla di donne che hanno fatto la fisica del 900.

Per me è l'esempio di una donna che non ha mai mollato, e continua ancora così.




martedì 4 ottobre 2011

il bambino straccione

L'impressione che si ha in questo paese è che guarda avanti. Conosco questo laboratorio da 14 anni, è divenuto un pò la mia seconda casa. C'è chi fa la spola con il Cern a Ginevra e chi come me si è trovato invece ad andare spesso a Desy ad Amburgo. Eppure mai come nell'ultimo periodo ho visto questo luogo pulsare e animarsi.

E' un cantiere a cielo aperto nel quale stanno costruendo nuovi edifici, nuovi acceleratori, nuovi impianti. Hanno anche ristrutturato ciò che esisteva. Questa è una foto dell'ingresso dell'edificio principale. Una cosa holliwodiana. Sto scrivendo da dentro la mia stanza nella guesthouse, 28 euro a notte. Anche queste rinnovate, non hanno nulla da invidiare ad un ottimo albergo a tre stelle. Ma più in generale c'è prospettiva.
Sono stato oggi ad un workshop nel quale si parlava dei prossimi anni, e i programmi sono così pieni che non c'entra tutto. A cena un ragazzo che lavora qua mi ha spiegato che il suo gruppo è già finanziato, con una cifra impressionante, fino al 2020.
E la gente continua ad arrivare (molta dall'Italia), proseguono a reclutare persone di qualità.
Se vado al bagno trovo perfino il fasciatoio per i neonati. Nella mia università nel bagno non c'è finestra ne' aeratore e in quello del mio corridoio nemmeno il sapone, non perché sia finito ma perché manca proprio il dispensatore. Niente soldi per la manutenzione, ciò che si rompe non verrà sostituito.

Mi era già capitato a settembre di vivere una situazione particolare. Ho sostituito ad una riunione ristretta tenuta parallelamente ad una conferenza il mio capo progetto. Giusto per fare vedere cosa stiamo facendo. Ero seduto ad un tavolo con il Gotha di quel settore di studi, gente che ha per i loro esperimenti bilanci simili a quanto spende un ente di ricerca italiano per tutti gli esperimenti. Gruppi che contano decine e decine di persone. E noi, che ci contiamo sulle dita di una mano, eravamo là solo per una idea, che abbiamo tradotto in pratica con grande sforzo, sacrificio e un pizzico di fortuna. Siamo come una barca a remi in un mare di corazzate. E la cosa più sorprendente che questi si fermano a vedere come remiamo!

Così oggi sono venuto a ribadire la ragione della nostra presenza qui, dove lavoriamo da molti anni e siamo molto apprezzati. Ed ancora una volta ci sono stati riscontri molto positivi.
E' bello parlare dove ti vogliono bene, dove ti stimano e dove considerano il tuo lavoro. Ma in realtà non so se veramente potremo fare ciò per cui ci siamo impegnati. Sebbene adesso viaggiamo con un rimborso spese minimale e sovente ci rimettiamo soldi di tasca nostra, non riusciamo nemmeno ad avere delle risorse per venire a fare un esperimento. Per il 2012 abbiamo alzato pochissimo, negli anni futuri chissà.

Così ancora una volta torno a casa, come un bambino povero che ha fatto un giro sulla giostra e si è divertito un mondo. Ma siccome aveva una sola moneta può solo guardare gli altri continuare a giocare. Aspettando che qualcuno deponga nella sua mano un altro soldino, dato non per la sua bravura, non per le sue capacità, ma solo per elemosina. Eppure quel bambino barbone è uno di quelli che forma una classe dirigente, uno di quelli che insegna agli altri, non solo una nozione ma anche a guardare avanti.

Nonostante tutto infatti questo straccione ha ancora accesa una luce negli occhi, che sognano sempre un altro giro sulla giostra.


venerdì 30 settembre 2011

Potrei parlare con il comandante?

Viaggiare in Grecia di questi tempi è difficoltoso. Bisogna fare lo slalom tra gli scioperi, spesso bianchi, dei mezzi di trasporto. Ero lì perché avevo fatto una lezione ad una scuola internazionale del CERN.

Lo sciopero dei taxi lo abbiamo ammortizzato scroccando un passaggio. Quello bianco dei controllori di volo era molto più difficile da aggirare.

L'Alitalia, si sa, sta a una compagnia aerea come io all'ippica. Se si acquista un biglietto tramite agenzia con tratte coperte da vettori diversi non è possibile fare il check in per la tratta alitalia via web. Per le altre sì ovviamente. Il perché? mistero. Questo problemino mi stava creando non pochi disagi.

Ero a Chios, rocciosa isola al confine con la turchia, seduto ad aspettare che l'aereo ricevesse l'ok per il decollo. Purtroppo se sciopera chi controlla il volo non si alza nemmeno una rondine.

Così il tempo passava. Il paradosso è che sarei comunque arrivato in tempo ad Atene per la coincidenza, ma non l'avrei mai potuta prendere perché avrei dovuto fare il check in, che chiude 40 minuti prima del volo. E chiude sempre 40 minuti prima. Anche se è in ritardo il volo in partenza.

Bene, sono andato dalla hostess e ho esposto il problema. Per me la soluzione era cristallina: chiamare Atene, chiedere di emettere la carta di imbarco e mandare qualcuno a prendermi. L'ho vista incerta...

Ci sono sistemi deterministici. La Germania è uno del genere. Se vai da qualunque persona della Lufthansa e fai la stessa domanda la risposta è sempre la stessa. Ciò non accade da noi per esempio. Se chiamate il servizio clienti alitalia  (la parola servizio è abusata) e fate la stessa domanda a diversi operatori la risposta è sempre diversa. Competenza ed efficienza.

La grecia ci assomiglia. Così ho chiesto alla gentile hostess se potevo parlare con il comandante. E così sono andato nella cabina di pilotaggio, accolto in modo gentilissimo. Ho spiegato il mio problema, mi è stato fatto presente che c'era uno sciopero e che comunque anche la coincidenza sarebbe partita in ritardo, ho sottolineato che ciò era ininfluente ai fini del check in e proposto la mia soluzione. Mi ha detto che avrebbero chiamato Atene e fatto il possibile. Ho ringraziato e aspettato l'arrivo.

Ivi ho trovato una cortese hostess con la mia carta di imbarco stampata e così ho potuto prendere la mia coincidenza.

Adesso potrei finire qui e sembrerebbe una bella storia, con la morale che se si è gentili e determinati si possono fare miracoli.

Però per dovere di cronaca devo segnalare che nel mio stesso volo c'era anche il direttore generale del Cern, che ci aveva raggiunto alla scuola. Non l'ho visto alzarsi, ne' parlare con la hostess. Potrebbe avere fatto una telefonata però. Ad ogni modo anche per lui e la sua signora c'erano due carte di imbarco pronte. Dunque è qualcosa che fanno sempre, come dovrebbe essere, oppure anche lui ha smosso qualche leva?

Mi piace pensare che anche lui si sia impegnato, e che per lui, il capo del più grande laboratorio del mondo con un budget superiore a molti stati delle Nazioni Unite, si siano mossi alla velocità della luce. Anzi, di questi tempi, anche di più.

mercoledì 28 settembre 2011

Io speriamo che me la cavo

Capita ogni tanto di festeggiare il proprio compleanno in modi o posti strani.

Non ho molta memoria dei miei compleanni passati. Certo quello dei quaranta anni rimane lì, fermo nella mia mente. Bellissima festa, grandiosa giornata, grande dimostrazione di amicizia da parte di tutti. Anche quelli degli ultimi anni sono belli perché Federica ha sempre fatto di tutto per creare dei bellissimi giorni.

Ma andando indietro nel tempo sono pochi quelli che ricordo. Molto bene quello di 18 anni, sembrava chissà che dovesse accadere e invece...non è la carta di identità che determina la tua età.

Sfortunatamente quello dei 25 anni è indimenticabile, il funerale di mia nonna, l'ultima vivente.

Questo è stato il secondo compleanno lontano da casa e dai miei affetti. L'altro fu tanti anni fa a Chicago. Era una domenica, andai da Borders, una grande catena di libri, ove era possibile leggere, ascoltare musica, mangiare. Sarà perché era così bello che lo hanno chiuso, come gli altri 500 Borders negli US, uccisi dalla scarsa lettura e dagli e-book naturalmente. Comperai un CD dei Beatles, questo lo ricordo.

Anche qui un compleanno strano che ricorderò. Il pomeriggio dovevo limare, rifinire, continuare a ripetere il mio talk per il giorno dopo. Ma era il mio compleanno!! Ho preso due che conosco e che avevano già fatto la loro lezione, uno che la fa solo domani e sono andato all'ufficio informazioni. Avuta la situazione sotto controllo abbiamo noleggiato una automobile (guidavo io, non ci si può fidare dei tedeschi...) e fatto un giro dell'isola, al limite di una parte di essa! E' 8 volte l'Elba!!

Trovata una deliziosa spiaggetta ci siamo fatti il bagno alle 5 del pomeriggio, con il sole che stava già calando dietro le montagne. L'acqua era calda, trasparente, bella. E' stato un gran momento. Non mi ricordo di avere mai fatto il bagno il 27 settembre.



A sera sono giunte poi le telefonate, i messaggi di auguri che mi hanno riempito anche quella parte di giornata.

Certo stare lontano dalle persone a cui si vuole bene il giorno del compleanno non è mai bello. Però ieri ho imparato che non si può sprecare il giorno del tuo compleanno perché non sei come e dove vuoi tu. E una volta capito questo è necessario estendere ciò a tutti i giorni della tua vita.

Io speriamo che me la cavo. 

venerdì 23 settembre 2011

Sopra un raggio di luce

Diceva Verdone in "Maledetto il giorno che ti ho incontrato": "per favore, te lo chiedo per piacere, non smerdarmi l'unica figura certa della mia vita", riferito al suo analista.

Mutatis mutandis è la stessa situazione in cui mi trovo io oggi con Einstein. Secondo la stampa la relatività è stata smentita perché è stato infranto il muro della velocità della luce.

Forse non tutti si rendono conto di cosa ciò vorrebbe dire se fosse vero. La relatività è una teoria che ha ricevuto migliaia di verifiche sperimentali ed è dunque uno degli architravi della nostra visione del mondo. Anche la sua formulazione matematica è perfetta con il ruolo che ha oggi la velocità della luce.Una particella con massa non può mai raggiungerla, e tale privilegio è appannaggio solo dei fotoni, la luce appunto. Man mano che la nostra velocità aumenta il tempo rallenta. E' questo il senso della relatività: non esiste un tempo assoluto ne' lunghezze assolute. Poichè la velocità è un rapporto tra spazio e tempo sono questi ad essere relativi se la velocità è assoluta. Penso che tutti abbiano sentito almeno una volta il paradosso dei gemelli.

Che il tempo rallenti ne siamo certi, di prove ce ne sono in giro tantissime. Ora se però fosse possibile andare oltre la velocità della luce, il tempo dovrebbe addirittura tornare indietro, cosa che violerebbe il principio di causalità. E sarebbe un bel problema!

Ma si sa sono tempi incerti, e neanche le costanti fondamentali sono al riparo dall'inflazione.

Un gruppo di scienziati, molti italiani, ha sparato dal CERN di Ginevra un fascio di neutrini fino sotto al Gran Sasso. E cosa hanno visto? Misurando la distanza tra il CERN e il Gran Sasso e dividendo per il tempo che le particelle ci hanno impiegato ottengono che si muovono con una velocità che è circa due parti su centomila maggiore di quella della luce.

Ho assistito questo pomeriggio al seminario che è stato fatto al CERN e ritrasmesso via web sui risultati dell'esperimento. Credo che su tutte valga una osservazione che è stata fatta a caldo:"Un esperimento del genere è troppo complicato perché chi non vi abbia lavorato sopra possa dire qualcosa. L'unico modo di essere certi del risultato è di avere un altro esperimento fatto da un altro gruppo che verifichi questi dati".

E' vero. Ci si rende conto dell'abisso che separa oggi l'attività sperimentale dagli albori della fisica del novecento, quando un piccolo laboratorio e uno oscilloscopio erano sufficienti ad indagare la struttura dell'atomo. Qui abbiamo scomodato la geodesia, i satelliti, il GPS, i modelli della ionosfera, la tettonica delle placche, la relatività generale, la rotazione della terra, la trasmissione dei segnali tramite cavi o fibra ottica. Hanno fatto una misura di distanza che è precisa come tre parti su centomila. E la differenza che non torna è di 60 miliardesimo di secondo. Ovvero noi stiamo dicendo che siamo in grado si stabilire precisamente il tempo tra due oggetti che distano 730 km con precisioni del miliardesimo di secondo.

Non si può liquidare il risultato come sbagliato perché bisogna dire che i miei colleghi hanno pensato veramente a tutto (forse!). E tutto è stato calcolato, modellizzato, verificato. Eppure io non mi rassegno a pensare che la velocità della luce non sia stata infranta. Questo esperimento è veramente complicatissimo e certo può essere che qualcosa non sia stato considerato. Gli stessi autori sottolineano che non trovano altra spiegazione ai loro risultati se non il fatto che i neutrini vadano più veloci della luce. Ma allo stesso tempo sono i primi a chiedere aiuto, a sperare che qualcun altro faccia un esperimento per verificare o meno i loro dati.

Fino ad allora continuerò a pensare che nessuno ha ancora "smerdato" l'unica figura certa della mia vita.

PS a questo link il loro articolo http://static.arxiv.org/pdf/1109.4897.pdf.

mercoledì 21 settembre 2011

Quando sparano sotto casa tua...

Che succede a Roma? Forse Roma è una metafora del paese.

L'altro giorno proprio a 100 metri da casa mia, all'ora di pranzo, hanno sparato ad un pregiudicato. Ultimo atto di una guerra di bande che sta insanguinando la città. Non si contano più gli scippi finiti male, con gente uccisa o ridotta in fin di vita.
Ho sempre detto che Roma, in fin dei conti, era una isola felice, se comparata ad altre metropoli. E quando soffiavano sul fuoco, promettendo il poliziotto di quartiere (chi l'ha visto?) o maggiore sicurezza che solo un sindaco ex fascista saprebbe dare, ricordavo sempre che nelle statistiche il crimine era in diminuzione da un decennio.

Ora no. Ora sparano all'ora di pranzo, sparano tra la gente, rapinano dovunque, a Prati come a San Basilio. E magari uccidono per una borsetta.

Saranno i tagli alle forze dell'ordine? Sarà la mancanza di investimenti nel sistema carcerario, con degli istituti di pena che sono lager da terzo mondo? Sarà il fatto che la giustizia in Italia non funziona perché altrimenti potrebbe veramente colpire i potenti?

Non lo so. Credo che ci siano momenti in cui si deve dire basta! In cui la gente deve destarsi dal torpore e dire basta.

Come è possibile quello che è accaduto al Gemelli? L'ospedale migliore della città, quello che cura anche il Papa? Come fa una infermiera a non essere visitata per 6 anni? Chi l'ha coperta? Come si fa ad infettare centinaia di bambini? E' una schifezza che deve farci gridare.

In quale baratro siamo caduti? E' troppo comodo dire che la colpa è di Berlusconi. Io non sono d'accordo. Appartengo a quelle persone che hanno sempre saputo come era fatto, che hanno sempre dubitato del modo in cui si è arricchito, che non lo hanno mai considerato un esempio da seguire, ma piuttosto da evitare.

Berlusconi si è insinuato nelle nostre vite, ha depravato la nostra già elastica morale, ha stuprato quanto c'era di buono in questo paese, ha messo la peggiore feccia umana e professionale al governo della nazione. Ha preso i peggiori difetti del nostro essere e li ha eletti a virtù. Ha creato un danno economico e sociale che ci vorranno decenni per ricolmare, se mai vi riusciremo.

No la colpa non è di Berlusconi, non è delle sue TV spazzatura piene di tette e culi al vento, di signorine sempre pronte con le gambe aperte per scalare lo star system. Non è sua la colpa, di essere un gaffeur nato, di avere una ignoranza pari solo alla sua protervia, di considerare le donne merce e non persone.

La colpa è di chi lo ha votato. Forse i politici sono tutti uguali, sono marci a 360 gradi. Ma Berlusconi non è tutti i politici. Non è nemmeno un politico. E' il padrone, il proprietario. E lui non è uguale. Si vede che nel nostro DNA i geni contro il dittatorello di turno ancora non ci sono.

Caro Indro, ti ingannavi. Non è bastato averlo per tanti anni per fare degli anticorpi. Come non bastarono venti anni di fascismo, così non sono stati sufficienti 15 anni di Berlusconi.

Diceva un cartello" Non è colpa di Berlusconi se gli italiani sono un pò coglioni".

Sottoscrivo.


domenica 18 settembre 2011

Ciò che NON è scontato

Ho passato una settimana vicino Londra per una conferenza con una nutrita comunità di russi. Se vuoi sentirti ignorante di fisica vai con i russi, se vuoi altresì aumentare la tua autostima sulla conoscenza dell'inglese vai sempre con i russi.

Tra loro vi sono delle persone molto note, gente che ha scritto gli articoli che ho letto da studente. Direttori di istituti, accademici importanti.

Mi ha molto colpito il fatto che fosse il compleanno di uno di loro, qui sotto un profilo per fare capire di che persona parliamo.

http://www.ujp.bitp.kiev.ua/files/file/papers/52/10/521014p.pdf

Il gentilissimo Shu'lga ha compito non 75 anni come pensavo io, o 80 come qualcun altro, ma solo 64. Sono rimasto basito. Diamo per scontato che certe caratteristiche corrispondano ad una certa età ma ciò è vero solo da noi. Durante il banchetto (solo di nome!) è venuto al nostro tavolo di gente giovane. E ci ha fatto una metafora tristissima, di come gli alberi vecchi cadono e da lì germogliano nuove piante. E di non dimenticarsi dei vecchi maestri. Un discorso da chi sente prossima la fine.

In effetti andando su google a cercare l'età a cui arrivano gli uomini russi ci si accorge che si fermano a 59!! Un valore poco superiore a quello in Italia di 80 anni fa. Alle donne va un pò meglio, 73.

Siamo così abituati al nostro benessere, al nostro stile di vita, alla alimentazione "sana" che non ci rendiamo conto che queste cose non sono scontate.

Ho scoperto che anche il Regno Unito ha una speranza di vita inferiore alla nostra, di circa 3 o 4 anni. Un mio amico che vive a Londra lo attribuisce sopratutto alla mancanza di prevenzione. Dice che in UK non è possibile andare dal dottore e dire: mi voglio fare una analisi del sangue per controllo. Non la fanno fare, se non quando ci sono dei sintomi conclamati. Inoltre i dati sanitari sono accessibili dalle banche all'atto dell'apertura di un mutuo e dunque farsi trovare qualcosa aumenta il costo del prestito.

Dovremmo riflettere quando pensiamo a tagliare, tagliare, tagliare, come non vi sia prezzo per la vita umana e per la buona salute. Quelle non sono spese, sono investimenti. Diamo per scontato che la nostra salute sia qualcosa di indipendente dalle scelte di politica economica o sociale.

Non è così.


sabato 17 settembre 2011

un semplice grazie

Lord Rutherford mi perseguita in questi giorni. Prima, tornando da una conferenza in Spagna leggo su una rivista specializzata che è il centenario della sua scoperta della struttura dell'atomo. Qua, in Gran Bretagna, vengo portato a visitare il laboratorio a lui dedicato. il Rutherford Appleton Laboratory. Ed oggi in Westminster abbey sono riuscito in modo rocambolesco a trovare la sua tomba.

Ci tenevo moltissimo. Rutherford non solo è stato un premio nobel, la persona che ha scoperto come è fatto dentro l'atomo, ma anche un esempio. Nato in Nuova Zelanda da una famiglia di contadini è riuscito in un tempo in cui le divisioni sociali erano ancora più marcate di oggi a fare una brillantissima carriera grazie alle sue grandi doti professionali e umane. Non dimenticherò mai quando ho letto che lui era il relatore della tesi di dottorato di Crofton e Walton, i quali costruirono il primo acceleratore di particelle con cui vinsero il nobel. Ebbene lui rifiutò di mettere il suo nome nell'articolo perché era un lavoro loro.

Fu il primo a costruire un laboratorio internazionale, molti premi nobel hanno lavorato con lui e lo sono divenuti grazie al suo aiuto. Morì per una ernia strozzata e fu il primo non nato nel regno unito ad essere seppellito a Webmister abbey.

Oggi cercavo la sua tomba, vicino a quella di Newton, ma purtroppo la navata era chiusa perché domani è il 71-esimo anniversario della battaglia di Inghilterra. Molte sedie erano state lì disposte. Un gentile custode si è accorto di me e capito quanto ero interessato mi ha portato nella zona vietata.

Lì ho trovato Lord Rutherford, accanto al suo maestro J.J. Thompson, vicino a Faraday, Huygens, a Lord Kelvin e forse a qualcun altro del gotha della fisica inglese e mondiale. La sua pietra era piccina piccina, sopratutto se comparata a quella di ignoti abati dell'abbazia o di parenti sconosciuti dei reali di Inghilterra. Perfino Caucher ha una tomba modestissima, e non perché è stato il padre della letteratura inglese, ma perché lavorava in Webminster abbey! Lì davanti a quel piccolo insignificante pezzo di marmo, nascosto oggi dalle sedie e più in generale ignorato dai più non posso non pensare al grande contributo che ha dato quest'uomo alla scienza. Se oggi pensiamo che la scienza sia un fatto globale, se abbiamo laboratori internazionali con un melting pot di persone che arrivano dalle varie parti del mondo, dobbiamo ricordare che il suo è stato il primo laboratorio internazionale, dove vi erano inglesi, russi, danesi e tanti altri ancora.

L'unica cosa che mi è venuta in mente stamani è un semplice:grazie!

mercoledì 31 agosto 2011

The blind side

The blind side è il titolo del bellissimo film con cui Sandra Bullock ha vinto l'oscar come migliore attrice. Film non distribuito in Italia nei cinema ma solo in DVD, per una scelta, a mio parere, assai discutibile della produzione, che considerava l'argomento del film troppo "americano".

E forse chi lo ha prodotto ha guardato solo in superficie e non ha capito di cosa parla la pellicola. Forse ha pensato che sia la storia da cenerentola di un grosso ragazzone nero, senza parenti, senza una casa, senza nulla, ma grande e buono come il toro Ferdinando molto citato nella pellicola. Adottato adolescente da una famiglia di miliardari, è diventato un campione di football americano. Blind side è infatti il lato cieco del Quarterback, quella zona del campo che non può vedere, neanche di sfuggita. E allora il tackle sinistro è la sua guardia del corpo, colui che copre quella zona. E' lì che il nostro ragazzone eccelle e si è fatto strada.

Secondo me invece è una storia sulle opportunità di questa società. Sul confine labile tra una vita di miseria, attraversata dalla violenza e sovente terminata presto con una revolverata e quella da sogno, di una persona che ha firmato un contratto milionario per una importante squadra professionista. E ci fa riflettere sull'ingiustizia di questa società che discrimina le persone nel momento in cui non da' a tutti gli stessi strumenti per lottare, non fornisce i mezzi per esprimere le proprie potenzialità. Quanti Michael Oher non lo sono diventati perché non sono stati così fortunati da incontrare le persone giuste?

Il problema è proprio questo: non ci deve essere bisogno di un deus ex machina. La società deve mettere tutti sulla stessa linea di partenza, fornire a tutti le stesse opportunità e poi saranno le capacità individuali che discrimineranno.

La dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti dice che tutti gli uomini sono stati creati uguali. Questo è il vero egualitarismo. Non dare a tutti le stesse cose, ma a tutti le stesse possibilità.


mercoledì 24 agosto 2011

C'era una volta il treno...

Oggi ho preso un treno ed è stata una esperienza suggestiva.

Iniziamo bene, parte al binario 1 Est della stazione termini. Ma dove è il binario 1 Est? A 500 metri dagli altri, un vecchio binario morto riadattato per i treni regionali. In sostanza fuori della stazione.

Entrando a Termini il cartello è perentorio: i treni IR non si fermano a Tiburtina! Punto.
Il tabellone elettronico del binario 1E dice che si ferma a Tiburtina. Alla partenza del treno una cortese voce annuncia che il treno NON si fermerà a Tiburtina. Seguita 30 secondi dopo dalla lista delle stazioni. e la prima quale è? Roma Tiburtina alè. Risultato? Il treno non ferma a Roma Tiburtina!

Bene ma andiamo al ritorno. Il treno è soppresso. Posso avere il rimborso del mio biglietto elettronico? No è elettronico lo deve fare via web! Lo posso fare via web? Macchè, biglietto non rimborsabile!

Servizio clienti a Termini? Ma stiamo scherzando? 50 persone in fila con una sola persona allo sportello. Numero telefonico? Ma dai...9.91 centesimi al minuto e non rispondono mai, quando rispondono alzano la cornetta e giù. Rimborso impossibile.

Ma quanto ritardo ha il treno? Informiamo la gentile clientela che il treno ha 5 minuti di ritardo. Dopo 30 secondi un nuovo annuncio:ha dieci minuti di ritardo. Trenitalia viola anche le barriere del tempo, riesce ad accumulare 5 minuti in 30 secondi.

Va bene, alla fine parte con 30 minuti di ritardo. Arrivati ad Orte la sorpresona! Il treno è un IC per Napoli...
"si avvisano i gentili passeggeri che la coincidenza con il treno per Roma Terni è al binario 2".

Come?? Non si ferma a Roma, dobbiamo prendere un altro treno? No ha detto Terni, no ha detto Roma sono sicuro, ma Termini c'era? Dopo circa un minuto arriva la rettifica: i passeggeri per Terni, ripeto Terni...
Roma Terni ancora non esiste...

La si prende a ridere, in fin dei conti siamo usi a questi disservizi. Vetture luride, treni scalcagnati, personale indecente, database non aggiornati, servizio clienti assente. Tutti ingredienti per una ricetta di successo.

Qualcuno si chiede perché Trenitalia non sia in utile? Ma stiamo scherzando?? Sarebbe un miracolo il viceversa. Il problema è che questi treni sono una perdita, e una vergogna, per tutta la nazione!



martedì 23 agosto 2011

il paese del presente

Siamo una nazione strana. Da noi conta solo il presente. Le leggi non vengono fatte pensando al futuro, la politica non ha una visione di insieme, una idea di società, un orizzonte a cui tendere. E' solo contabilità giornaliera. Leggo in questi giorni che i baby pensionati ci costano ben 9 miliardi di euro l'anno. E' un abominio. Sopratutto se poi si va a vedere che molti hanno sotto i 50, alcuni sotto i 40 e udite udite, c'è chi è andato in pensione a 29 anni con l'assegno pieno.

Ma allora il legislatore perché ha acconsentito questa cosa? Non era chiaro quale sarebbe stato il peso per le future generazioni? Un paese che vive di presente non ha cura di quello che succede domani. I voti si prendono oggi.

Ma neanche del passato abbiamo memoria. Diceva con amarezza Montanelli che in Italia una volta che uno è morto è morto per sempre. Il che è verissimo, dato che non additiamo mai gli esempi degli uomini che hanno dato lustro a questo paese. Ma anche nella vita di tutti i giorni questo è il paese dell'adesso. Si può dire tutto e il contrario di tutto, tanto nessuno si ricorda. Travaglio ci ha costruito sopra una carriera mettendosi da parte le dichiarazioni dei nostri governanti. Chi ricorda Fini che disse a Berlusconi "siamo alle comiche finali" alla nascita del PDL, tre mesi prima di andare alle elezioni insieme e vincerle? Chi rammenta i discorsi del Berlusca sul leghista Bossi, e il Berluskaiser con cui il padre del trota lo appellava nella seconda metà degli anni 90?

Verba volant.

«  Il passato non è più, il futuro non è ancora: il presente come separazione tra due cose che non esistono, come fa ad esistere? » 


Ce lo chiediamo mai come fa ad esistere un paese che vive solo di presente?

venerdì 12 agosto 2011

Il redde rationem di mister taglio lineare

Viviamo tutti al di sopra delle nostre possibilità e prima o poi arriva il conto.

Prendiamo la quotidianità. Moltissimi hanno una colf (da bambino si chiamava donna delle pulizie). Certo è comoda. Eppure quante sono in regola? Pochissime, è chiaro costa un sacco.
Vogliamo fare un sacco di corsi in tante università. Ma assumiamo i professori e li paghiamo come tali? No. Li facciamo fare ai ricercatori. Ma una TV al plasma? un Suv? non ce li vogliamo permettere? A rate si intende...
E come nazione abbiamo un debito che è pari a 1,2 volte la ricchezza che produciamo. Dunque non si può mai ripianare e lo possiamo pagare facendo altri debiti.

Sapevo che il redde rationem sarebbe arrivato ma non mi aspettavo così presto e sopratutto speravo non fosse gestito da mister Taglio Lineare. In Italia, spesso, il fatto di occupare una posizione, in questo caso ministro dell'economia, è di per sè indice di competenza. Negli ultimi 10 anni, 8 manovre finanziarie le ha partorite l'attuale condomino del dicastero dell'economia, Tremonti. In questo periodo è riuscito nel poco edificante risultato di scassare i conti già disastrati del nostro paese. Qualcuno si ricorda il triennio dopo l'11 settembre 2001? Ogni anno il caro ministro scriveva nel documento di programmazione economica che saremmo cresciuti del 3% di PIL l'anno, roba che non si vede in Italia dagli anni 60. E ogni anno siamo cresciuti poco più di zero. Alla fine in un decennio non siamo cresciuti affatto.

Se prevedi di avere entrate che poi non hai, il tuo deficit aumenta e anche il tuo debito. Dalla fine del primo governo Prodi il debito pubblico è aumentato di un altro 15% circa.

Messo davanti all'esigenza di far quadrare i conti dall'europa, qui il nostro superministro ha dato il meglio di se'. Ha partorito il "Taglio Lineare". Che vuol dire? Taglio a tutti, buoni e cattivi, virtuosi della spesa o mani bucate. Taglio indipendentemente dagli obiettivi raggiunti o da raggiungere. Prendo e tolgo a tutte le università italiane il 20%. Secco. Tolgo a chi pubblica su riviste internazionali o su settimanali femminili (esistono!). Sei stato bravo? Hai amministrato bene? Non importa. E faccio lo stesso con le regioni, con le amministrazioni locali etc. Il metodo più antimeritocratico del mondo: il taglio lineare. Non analizzo le situazioni, non entro nel merito delle dinamiche di spesa. Prendo e sbarro una rigra.

A Luglio ha fatto una manovra che era ridicola, prevedendo i risparmi per l'anno dopo le elezioni. Ma il bluff è stato scoperto e adesso si corre ai ripari. E a chi si chiedono i sacrifici? Ai soliti noti.

Cominciamo dagli autonomi. Quelli con i redditi alti avranno una addizionale di imposta. Mi metto nei loro panni. Già solo l'1% degli italiani dichiara tali redditi (ma quante macchine di lusso, barche, vestiti firmati in giro...) . E a questi che lo fanno per forza o per convinzione gli si dice: bravo fesso, adesso ti tassiamo ancora di più. Molti si lamentano che le tasse siano alte. Vero. E dietro questa scusa si trincerano per non pagarle. Ed allora un pò di coraggio. Abbassiamo le aliquote per il lavoro autonomo, non lo strozziamo con le tasse. Premiamo la loro intraprendenza imprenditoriale, il fatto che creano ricchezza e posti di lavoro. Ma siamo inflessibili con chi non paga le tasse. Togliamo l'alibi del troppi soldi allo stato. Se ti becco che evadi ti chiudo, ti sequestro la casa, ti pignoro il pigiama. A te e a tutti quelli che ti hanno aiutato. Facciamo terra bruciata. Premiamo chi denuncia gli evasori. Caccia alle streghe? No, si tratta di civismo. Perché quando un ospedale chiude perché non abbiamo i soldi per tenerlo aperto capita che non li abbiamo perché non tutti danno il loro. Inoltre è anche concorrenza sleale verso chi le tasse le paga. E allora con queste persone tolleranza zero. Ripeto, abbassiamo le tasse e facciamole pagare. I metodi ci sono. Non è demagogia, è democrazia.

Si parla, questo è il governo dell'annuncio, di togliere le tredicesime agli statali. Parliamoci chiaro. Se vivo in una casa con una famiglia numerosa e un membro mani bucate si ipoteca la baracca per i suoi agii, prima mi devo mettere le mani in tasca e poi possiamo discutere, con un tetto sopra e non in mezzo alla strada. Dunque siccome so che un debito va ripagato sono pronto a fare dei sacrifici per il mio paese. Perché alla fine io amo questa nazione, mi stanno sulle palle solo gli italiani!

Ma che siano sacrifici una tantum. E sopratutto che pagata l'ipoteca io possa prendere il responsabile e dirgli: adesso fuori di qua. E' questo il caso? Non mi pare proprio. Negli ultimi due anni io ho perso 5000 euro tra mancati aumenti e minori entrate a causa del cambio delle politiche di rimborso dei periodi all'estero e del blocco degli stipendi. Non sono pochi per il mio reddito. E adesso mi si chiede anche di fare fuori la tredicesima. Perché? Con che coraggio? Ad uno che lavora quasi il 50% in più delle sue ore di contratto non retribuito, ad uno che tiene un corso all'università non pagato, ad uno che non ha tempo nemmeno di fare una partita a tennis con un amico perché ci sono dei periodi in cui lavoro non ti lascia nulla. Ad una persona che è entusiasta di quello che fa perché gli piace e non incrocia le braccia perché incazzato con il mondo, ma anzi cerca di fare in modo che il suo agire possa, per quel poco che conta, migliorare questo mondo.

E poi si toglie ai meno meritevoli? Giammai. si toglie ai dipendenti di quelle amministrazioni non virtuose, come se loro fossero i responsabili della gestione, sovente politica. Si mette un boiardo di stato megapagato totalmente incompetente e poi si fanno pagare agli altri le sue magagne? Mi pare che non ci siamo...

Il problema è che i politici vivono su un altro pianeta, pasteggiano ai ristoranti pagando un euro, hanno redditi e entrate che li distanziano anni luce dai normali contribuenti o dalla classe media. e se tu non conosci un problema, io te lo posso pure spiegare, ma bisogna viverle le situazioni non farsele raccontare.

Bisogna stare in mezzo alla gente, bisogna usare i mezzi pubblici, gli aerei alitalia, gli aeroporti civili, i treni, bisogna andare in auto non nelle corsie preferenziali, bisogna andare a fare la spesa, andare dal dottore quando si sta male a fare la fila, aspettare mesi per una analisi. Quando vedrò che ci si comporta così allora potrò pensare che stiamo facendo tutti dei sacrifici e il mio contributo sarà dato con solidarietà. Per adesso a me pare solo la storia del congiunto spendaccione a cui dobbiamo di necessità ripianare un debito. E la cosa mi sta molto sulle palle.

sabato 6 agosto 2011

il cliente ha sempre ragione

Una volta questa era la massima di ogni esercizio commerciale. Mi pare che oggi le cose siano molto cambiate. Forse è mutato il rapporto interpersonale, forse oggi le persone non sono più persone ma solo bancomat.

e così capita che entrando in un negozio si riesca totalmente trasparenti, succede di trovare una persona al telefono che non lascia l'apparecchio, capita che delle semplici domande irritino.

Eppure ci sono delle sacche di resistenza, dei luoghi ove la gentilezza ancora rimane. Sono da segnalare all'Unesco!!

Mi trovo in francia e credo che alla massima si dovrebbe aggiungere:"il cliente ha sempre ragione se parla francese". Siamo onesti, in Italia non parliamo le lingue straniere, ma per vendere saremmo capaci anche di esprimerci in sanscrito. Qua non è così. Nonostante uno si sforzi non c'è nulla da fare. Un approccio English, cioè parto con l'inglese e amen suscita subito ostilità e poi mi brucio comunque i ponti perché tanto anche i giovani degli esercizi commerciali nella provincia francese non parlano inglese. Se proviamo con un bit di francese, che non conosciamo, aiutandoci con frasi fatte e dizionari passiamo per ritardati. In ogni caso siamo in Francia da dieci giorni e finora abbiamo incontrato solo pochissime persone veramente cortesi, e alcuni non erano nemmeno francesi.

Mi domando, ma gli euro che gli lasciamo valgono meno perché non parliamo la lingua? Probabilmente mi inganno e la scortesia è la stessa che c'è anche da noi. Forse la lingua è solo un pretesto, loro sarebbero scortesi a prescindere. Mi chiedo perché non c'è cortesia, perché è scontato che io debba comperare, mangiare, soggiornare in un posto?

In realtà sono sensibile perché mi tocca il portafoglio e spendere con gente scostante non si fa mai volentieri. Però forse il problema è più vasto. La gentilezza, l'empatia, il mettersi nelle scarpe dell'altro, il venirsi incontro è merce rara signori e sta sempre più sparendo.

La ricetta è  sempre la stessa. Innaffiare la nostra cordialità, apprezzare quella di chi la dimostra e tagliare i ponti con gli altri.

mercoledì 27 luglio 2011

carissima me

Carissima me è una commedia, gradevole, interessante ma sopratutto è lo spunto di una riflessione.


Nella pellicola la protagonista, donna in carriera, riceve delle lettere spedite da un notaio. Sono le stesse che lei ha consegnato all'uomo all'età di sette anni. Rivive così il suo passato e si scontra con i nodi non sciolti della sua vita
.
La domanda che sta dietro tutto il film é: siamo diventati ciò che volevamo essere? Che è un modo garbato di chiedersi se siamo soddisfatti della nostra vita.


Ho affrontato proprio ieri questo argomento con un ragazzo che ha una incredibile forza e che sostiene che ognuno può essere ciò che vuole se veramente lo vuole. Immagino che Appio Claudio il cieco autore del detto "faber est suae quisque fortunae" (ognuno è artefice della propria fortuna) sarebbe orgoglioso di lui.


Che cosa volevo essere da ragazzino? Beh devo dire che quando ero veramente piccino avevo le idee molto chiare, volevo essere Re. Il che credo che la dica lunga su quanto amavo essere viziato. D'altronde come scelta non è nemmeno tanto male a pensarci. Sempre meglio che lavorare...


La mia generazione è la prima ad essere cresciuta con la televisione, una televisione è diventata un cult. In quegli anni spopolavano i cartoni animati giapponesi e i telefilm di Star Trek e di Spazio 1999. Giocavamo tirandoci alabarde spaziali e magli rotanti, sparavamo siluri fotonici ma non riuscivamo mai a teletrasportarci dicendo: ‘Energia Scotty’. Non era difficile essere affascinati dalle stelle. Tra Capitan Harlock, Star Blazer, Mazinga, Astroganga, ricordo un episodio di Capitan Futuro, che raccontava della cometa di Halley. A casa c’era una enciclopedia (il dizionario enciclopedico Treccani, il mio regalo per la prima comunione, il più bello che abbia mai ricevuto) e così feci una ricerca per la maestra, che ne rimase più sconcertata che colpita.

Ecco forse quell'episodio ha segnato in qualche modo la mia vita. La mia passione per la scienza è nata allora. Certo avevo le idee ancora un pò confuse e pensavo di potere diventare uno scienziato astronauta. Non avevo idea che andare nello spazio non fosse proprio una passeggiata. Quando poi ho capito la cosa mi sono focalizzato per essere un fisico.

Oggi lo sono, o meglio cerco ogni giorno di fare qualcosa per meritare di esserlo. Dunque vedendo questo film tutto sommato mi posso ritenere soddisfatto, perché in casa sono trattato come un Re e al lavoro faccio ciò che desideravo.

Quello che avevo dimenticato, e che un giovane amico mi ricorda sempre, è che se vogliamo veramente qualcosa non è mai troppo tardi per migliorarci, per essere ciò che possiamo essere.

lunedì 25 luglio 2011

Allucinazioni paranoiche

Uso sempre un paradosso per farmi capire quando qualcuno scambia vittime e carnefici. La colpa non è di chi ha sparato, ma di colui che si è messo sulla traiettoria della pallottola.

Io non ci credevo, ma pare che Vittorio Feltri la pensi proprio così. In un editoriale tra l'agghiacciante e il grottesco sostiene che i giovani massacrati in Norvegia sono stati incapaci di reagire, egoisti ed egotisti. In sostanza egli dice che "c'è da chiedersi perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio" e aggiunge: "è incredibile come in determinate circostanze ognuno pensi solo a salvare se' stesso".

La sua teoria è che lo avrebbero dovuto disarmare, forti del loro numero.

Stiamo parlano di ragazzini di 15 anni, di un folle con armi automatiche che sparano raffiche mortali. Trovo indegno, vergognoso e francamente schifoso fino al midollo che si attribuisca la colpa di essere morti alle vittime.

Ed invece non si pensa a chi ha armato la mano e la mente del folle. Non si considera da quali ambienti xenofobi,  razzisti, ultraconservatori e fondamentalisti viene l'assassino.

L'altro ieri il Giornale è uscito con due edizioni in diverse regioni d'Italia. In una il titolo era contro i fondamentalisti islamici. Nessuna prova, ma sì buttiamo la croce addosso a loro, tanto sta sempre bene. Ricordo la faccia di Fede la sera della morte di Calipari. Non poteva credere che gli avessero sparato gli americani. Continuava a sostenere che erano stati gli altri, gli iracheni, i fondamentalisti, gli altri.

Dunque la colpa non è dei Feltri equivalenti che soffiano sul fuoco, che non perdono occasione per seminare paura e odio. No, la colpa è dei ragazzini che si impressionano davanti ad un tizio che spara raffiche di mortali proiettili, si scansano davanti ai brandelli dei compagni che vengono falciati.

Penso ad uno di quei genitori norvegesi che non rivedranno mai i loro bambini, perché, come dice Feltri, si sono comportati come codardi egoisti. Poveri genitori, dover vivere anche con questa vergogna.

domenica 17 luglio 2011

La caduta dei giganti

Non mi piacciono i libri nei quali si rischia la slogatura del polso per leggerli, ovvero i tomi di un migliaio di pagine. Eppure per Follet faccio una eccezione (a dire il vero anche per 'the making of the atomic bomb' di Rhodes...). Mondo senza fine e i pilastri della terra li ho divorati. E lo stesso ho fatto in pochi giorni con la caduta dei giganti, l'ultimo bestseller.



Se gli altri due grandi romanzi storici erano ambientati nel medioevo, questo invece pone la sua attenzione sull'inizio del 1900 e in particolar modo sulla prima guerra mondiale. Sto alla letteratura come i frequentatori del bar sport al calcio. Me ne guardo bene dal farne una recensione. C'è però qualcosa che mi ha colpito profondamente in questo libro ed è di ciò che voglio parlare.

Non è un libro di storia, eppure la racconta. E la vede da un punto di vista differente di quello che siamo usi a fare. Non si parla tanto di massimi sistemi o di geopolitica, ma di storie di persone 'vere' o verisimili. Si parla di quotidianità, si ricostruisce un mondo, con veloci e toccanti pennellate. Insomma si viene trasportati in una epoca così distante dalla nostra ma lo stesso intrigante.

Si entra poi in contatto con un tema, la prima guerra mondiale, poco seducente, poco trattato, eppure fondamentale ancora oggi.

Cosa ho capito che non sapevo? Anzitutto che le persone erano carne da cannone. Si potevano perdere 50.000 uomini così in un giorno per conquistare cento metri di terreno. La distanza tra il potere distruttivo delle armi e l'inadeguatezza di una imbelle e autoreferenziale classe nobile dominante è allucinante. Come è stato possibile sprecare 16 milioni di vite in guerre di trincea è incredibile.All'attacco!!! e giù una smitragliata che falciava tutti. e poi di nuovo, e di nuovo, finchè non si guadagnava la posizione. La vita umana considerata meno di nulla.

Ho capito meglio le tensioni sociali in Russia. Non si può essere giustiziati per avere fatto pascolare un gregge su un terreno incolto solo perché di un nobile latifondista. La crudeltà, il cinismo e l'arroganza di quella classe governante sono state l'humus per la nascita del comunismo.

Mi sono schierato a fianco delle donne inglesi che cercavano di conquistare i diritti civili, almeno quello del voto. Mi sono indignato del razzismo degli americani, anche i più avanzati come il presidente Wilson, per i neri. Ho sofferto per le tremende condizioni dei minatori scozzesi e la miopia e lo sfruttamento a loro danno degli aristocratici. Ho vissuto le vicende sentimentali di una coppia anglo tedesca, divisa dalla guerra, dai pregiudizi, dalle difficoltà del tempo. Mi sono sentito dispiaciuto per le tremende condizioni di resa imposte ai tedeschi che facevano sì che un tozzo di pane costasse un triliardo di marchi e che l'inflazione fosse così alta che gli affitti non venivano nemmeno riscossi, tanto erano irrisori gli importi consumati dal caro vita.

Insomma per un migliaio di pagine mi sono immaginato di essere in quel tempo e ho, ahimé, constatato che molte delle questioni e delle aspettative di quegli anni sono ancora attuali oggi. Mi è venuta in mente una frase di Sabin: i saggi sono coloro che si adeguano alle situazioni. Dunque il progresso è solo opera dei pazzi. Forse dovremmo ascoltare un pò di più chi viene così etichettato.