sabato 30 aprile 2011

passato presente e futuro

Ho rivisto con molto piacere degli amici con cui si erano sfilacciati un pò i rapporti. Si è subito diffusa la leggenda metropolitana che non siamo cambiati, 20 anni e tutto è come prima.
Non lo credo. Si è stati bene insieme certo, ma dire che non siamo cambiati è ingannarsi. Il tempo invecchia alcuni, altri evolvono. Sostituisce l'ingenuità con l'esperienza, l'ideologia con il pragmatismo. Ognuno porta con se' cicatrici fuori e dentro che gli altri ignorano.

Ma non mi sento di condannare chi si nasconde passato.
E' certo che i tempi andati sono seducenti. Se non altro perchè sono legati a dei ricordi di quando eravamo più giovani e sani. Ma d'altronde siamo un paese che vive nel passato. I guelfi e i ghibellini sono ancora là, al centro della nostra politica. C'è chi è nostalgico del ventennio, perchè allora tutto andava bene, visto che i giornali non potevano riportare la cronaca nera. La televisione è un continuo amarcord, piena di come eravamo, belli sottinteso.

Il presente è d'altronde spesso ignorato. Non voglio buttarla nella filosofia dove il presente, come separazione tra due entità che non esistono, il passato che non è più, il futuro che non è ancora, non esiste. Per molte persone non esiste davvero. Si rifugiano nel passato, interpretano il mondo con categorie e idee fuori tempo massimo. Questo succede anche nella mia professione. C'è chi va in pensione facendo la stessa ricerca di quando si è laureato. E' nella logica di un paese che vive di rendita. L'amore per il passato e la rendita sono due facce della stessa medaglia.

Progettare il futuro è ciò che allontana l'invecchiamento. E' chiaro che, biologicamente parlando, dai venti anni in poi invecchiamo. Però c'è anche una maturazione intellettuale, un miglioramento delle nostre consapevolezze, un aumento delle conoscenze. Quando è che iniziamo ad invecchiare per davvero? Secondo me quando non guardiamo al futuro. E non sto parlando di guardarci con speranza, d'altronde futuroposteriore, il nome del blog, la dice lunga sulla speranza che vi ripongo. Ma quando non lo programmiamo, quando non ci aspettiamo nulla, quando subiamo gli eventi invece di controllarli, allora inizia il declino.

Perciò ricordiamo il passato ma viviamo il presente e progettiamo il futuro. 

giovedì 28 aprile 2011

pari opportunità, la carta straccia.


Ecco un esempio di tempo perso, di carta straccia. Sono le raccomandazioni per l'uso di un linguaggio non sessista sul lavoro fornite dalla mia università.
Le metto qui perché all'inizio provocano ilarità, alla fine rabbia. Invece di incidere sui meccanismi profondi di ingiustizia e di discriminazione verso le donne ci rifuggiamo dietro al parlare politically correct. E' l'ennesimo esempio di un paese che bada alla forma e non alla sostanza.

Non penso di essere sessista se dico gli studenti invece del corpo studentesco o se dimentico l'adeguamento morfofonetico. Penso che essere sessista e discriminare è un qualcosa di più profondo. Probabilmente ci sono anche delle espressioni del linguaggio che lo sottintendono, chiamare Don Giovanni un uomo e sgualdrina una donna per gli stessi atteggiamenti sessuali per esempio. Ma non certo usare fratellanza per solidarietà, che tra l'altro non sono nemmeno sinonimi.

Ecco le regole inviolabili:

Evitare l'uso del maschile generico (per esempio: gli studenti, i dirigenti, i professori, i cittadini) per denotare sia uomini che donne. Meglio dire il corpo studentesco, la dirigenza, il corpo docente, la cittadinanza.
Evitare parole e sintagmi del tipo: fratellanza, l'uomo della strada, a misura d'uomo, i diritti dell'uomo e usare invece solidarietà, la gente comune, a misura dell'essere umano, i diritti umani.
Evitare di citare le donne come categorie a parte: questi popoli si spostavano con donne e bambini, come se donne e bambini non fossero parte del popolo).
Evitare di anteporre sempre il maschile (uomini e donne, studenti e studentesse, bambini e bambine) nelle coppie oppositive e cercare di alternare: donne e uomini, studentesse e studenti, bambine e bambini.
Evitare di accordare sempre al maschile aggettivi e participi al femminile. Accordare al femminile se la maggioranza dei nomi o l'ultimo nome sono al femminile: Maria, Francesco e Giovanna sono arrivate, ma Giulio, Maria, Giovanna e Francesco sono arrivati.

Evitare segnalazioni asimmetriche di donne e uomini: la Gelmini e Tremonti. Meglio: Gelmini e Tremonti.
Evitare signorina e usare signora, simmetrico di signore.
Evitare di chiamare signora una donna che ha un titolo professionale, soprattutto se il titolo viene usato per gli uomini. Non la signora Rossi e il prof. Bianchi, ma la prof.ssa Rossi e il prof. Bianchi.
Quando si parla di una coppia, evitare il signore e la signora Curie. Meglio: la coppia Curie-Sklodowska
Evitare il maschile per posizioni di prestigio quando a ricoprirle è una donna, anche se il femminile viene di solito usato per mansioni inferiori, quindi: segretaria, direttrice, governante.
Per i titoli professionali si propone di creare la forma femminile, laddove non sia disponibili, con la sola avvertenza di evitare la forma in -essa, sentita come riduttiva (a parte dottoressa e professoressa ormai entrate nell'uso), oppure di preporre al nome l'articolo femminile. Le varie forme sono così stabilite, partendo dalla forma maschile già lessicalizzata:
  • i termini -o, -aio/ario, -iere mutano in -a, -aia/aria, -iera. Es.: appuntata, architetta, avvocata, capitana, chirurga, colonnella, critica, marescialla, ministra, prefetta, primaria, rabbina, notaia, segretaria, pioniera, portiera.
  • i termini in -sore, mutano in -sora. Es.: assessora, difensora, evasora, oppressora.
  • i termini in -tore mutano in -trice. Es.: ambasciatrice, ricercatrice, amministratrice, ispettrice, redattrice, senatrice, accompagnatrice, rettrice, sostituta procuratrice.
Nei seguenti casi non si ha adeguamento morfofonetico al femminile, ma solo l'anteposizione dell'articolo femminile:
  • termini in -e o in -a. Es.: la presidente, la dirigente, la parlamentare, la caporale, la maggiore, la vigile, la custode, la sacerdote, la inserviente, la tenente, la comandante, la poeta, la profeta, la pilota.
  • composti con capo. Es.: la capofamiglia, la capotreno, la capostazione, la capo ufficio stampa.

sabato 23 aprile 2011

la diffidenza

Propongo anche io un cambiamento dell'articolo 1 della Costituzione Italiana. L'Italia è una repubblica fondata sulla diffidenza.

Alzi la mano chi non l'approva. Sin da bambini ci viene inculcato il "fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio". Siamo costantemente in trincea. Lo specialista costa troppo e ci fa fare le analisi perchè a mezzi con la clinica o il laboratorio tal dei tali, l'idraulico cambia un pezzo che è buono, il meccanico gonfia le riparazioni necessarie. Il fornaio cerca di dar via la mozzarella vecchia, i vigili non fanno le multe delle macchine in doppia fila perchè prendono una bustarella dai negozianti, l'amministratore, si sa, amminestra!! E si potrebbe andare avanti per ore...

Ora non è che l'italiano è masochista. Se è diffidente qualche ragione la ha pure. E la principale di tutte è che nessuno in questo paese paga per le proprie colpe, eccetto pochissimi sfortunati. Questo, sebbene grave, non è il peggio. C'è un insano tifo per il ladro, il truffatore, il dritto, il furbo. In qualche modo viene apprezzata la creatività nel fregare, salvo poi dolersene quando si è fregati.

No l'italiano non è masochista, è stupido. Alla mancanza di condanna materiale si somma anche l'assenza di quella morale.

Eppure trovo che questo sia uno dei cancri della nostra società. La diffidenza crea altra diffidenza, e questa erba cattiva, una volta cresciuta, non si toglie facilmente. E' nel nostro DNA, se anche la finissimo ora, adesso, seguiterebbe per generazioni. Quanto sarebbe migliore un paese nel quale ci possiamo fidare, dove non dobbiamo sempre stare sul chi vive, e dove, quando prendiamo una fregatura, lo scriviamo sul calendario, per quanto è rara.

Vivo in una strada privata che cerchiamo di chiudere con una sbarra perchè, essendo vicina alla circoscrizione, diventa un campo di battaglia nelle ore lavorative. E' sporca, e noi paghiamo per pulirla, è rovinata, e noi spendiamo per asfaltarla. Eppure c'è chi si oppone, perchè non si fida. Non ha ragioni vere, non si fida e basta. Possibile che in un cambiamento non ci sia una fregatura?

Diceva Totò:"la diffidenza rende tristi". E' vero!

mercoledì 20 aprile 2011

Viva la Rai...

E' uscita ieri una classifica nella quale si dice che l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) è il primo istituto in italia per la ricerca. Dato che personalmente sapevo benissimo.

D'altronde basta pensare che tutti gli esperimenti su LHC a Ginevra hanno come spokerperson (portavoce) un fisico dell'INFN, o che il direttore scientifico del CERN stesso è italiano, un altro INFN.

Spronati, si vede, da tale clamore, ieri una troupe del telegiornale più servile d'Italia, il TG1, è venuta a filmare ai Laboratori Nazionali di Frascati. Ed oggi c'è stato il servizio sul telegiornale.

Mi ha confermato la scarsa stima che ho dei giornalisti, in particolare di quelli del TG1, quando parlano di scienza. In effetti anche quando parlano d'altro ma sulla scienza posso almeno vantare esperienza diretta.

Anzitutto il titolo:"la ricerca italiana sesta nel mondo". Io sapevo ottava ma potrebbe anche essere. Questo è il grave, gravissimo problema della nostra ricerca. Siamo così in alto con la ventinovesima spesa al mondo in ricerca. Mi chiedo quale altro settore pubblico o privato può vantare una tale efficienza. Se dunque siamo così bravi con una ciotola di riso, possiamo anche fare con mezza no?

Ma veniamo ai premi Pulitzer che affollano il TG1.

Si parte da una ripresa di ADA, il primo anello di accumulazione per particelle, anni 60, che fa bella mostra di se' nel prato dei laboratori. Questo diventa il primo acceleratore del mondo!! Primo non accelerava, secondo i primi acceleratori sono degli anni 30!!

E' come se qualcuno dicesse che la FIAT ha inventato l'automobile.

Si passa poi a parlare con il presidente dell'ente e il nuovo acceleratore che si costruirà, forse, chi lo sa?, diviene un oggetto su cui c'è un unanime consenso internazionale. A me risultava che anche quello nostrano sia alquanto discutibile. Su quello internazionale invece sono abbastanza sicuro. E' scarso. Un documento del dipartimento dell'energia americana sconsiglia di impegnarsi con noi.

Magari hanno torto, forse un giorno costruiremo questa macchina, forse otterremo dei grandi risultati, ma dire che c'è un unanime consenso internazionale è come affermare che la guerra in Iraq è stata sostenuta dall'ONU.

Insomma ho trovato questo servizio una vera marchetta. Invece di parlare dei problemi che abbiamo ogni giorno, si fa vedere un mondo che non esiste, tutto infiocchettato, patinato, edulcorato.

Questo è il giornalismo italiano nel 2011.

domenica 17 aprile 2011

mortalità digitale

Mi è capitata tra le mani una vecchia foto di mio padre bambino, roba di circa 80 anni fa. La foto è in bianco e nero, un tantino scolorita ma ancora ottima. Sembra incredibile ma tra 80 anni potrebbero non esserci una sola foto di noi.
Anni fa i vecchi dischi di vinile finirono in soffitta. Erano arrivati i CD. Tutto un altro pianeta si disse. Non come quelli vecchi che si rigavano,no, questi sono eterni.
Insomma... Si rigano anche i CD e poi non si leggono più. Ma c'è di più. Un disco di vinile è praticamente eterno. Un CD, specie se masterizzato da noi, ha una vita corta, cinque, massimo dieci anni.
Anche gli Hard disk si rompono, l'unico supporto più "eterno" sono i nastri di backup, ma chi ha dentro casa un sistema del genere? Comunque durano solo 15 anni.

Adesso scattiamo le foto in digitale. E' comodo, non si stampano, le teniamo nel computer,le veicoliamo per posta, in jpg, tiff o altro formato. Però non sono eterne. Se perdiamo i dati vola via la nostra memoria.
E poi è sicuro che tra un pò di anni non ci saranno programmi per aprire queste foto, perchè i formati cambiano, si aggiornano, evolvono. Già oggi non c'è nulla per leggere files di 15-20 anni fa.

Dunque quella promessa di immortalità digitale si rivela una chimera. Siamo cicale nell'estate informatica.

Trovo che tutto ciò sia molto figlio del nostro tempo, dove tutto è precario, volatile, virtuale.  

giovedì 14 aprile 2011

tre anni


E’ il 17 aprile 2008. Il tempo è grigio, piove. Guardo fuori della finestra e non vedo l’ora di uscire. Sono nervoso e emozionato. Nella concitazione dimenticherò di mettermi la cinta dei pantaloni e rimarrò tutto il giorno con i calzoni che calano. E’ il giorno tanto atteso. Da oggi sarò ricercatore universitario.
La notte è stata lunga. Ricordi, immagini e persone hanno affollato la mia mente. Rivedo il primo viaggio ad Amburgo per la mia tesi di laurea, la neve cadere pigra all’ingresso del Fermilab in Illinois, i volti dei compagni di corso della scuola di Oxford, la volta che rimasi chiuso nel tunnel sottoterra alla Sincrotrone Trieste, la mia prima conferenza importante a Vienna e poi Edimburgo, Lucerna, Stanford, Amburgo, Torino, Padova, Genova, Berlino, Venezia e il mio primo invited talk.

- Ci attendiamo molto da lei – mi ha detto il preside, stretta di mano veramente accademica e incontro molto coinvolgente, durata 30 secondi. Sono soddisfazioni !

Sono passati tre anni, il mio periodo di prova. Inizia ora la lunga trafila per essere confermato in ruolo. Quale lavoro ha tre anni di prova mi chiedo, dopo una gavetta così lunga? Cosa è cambiato in questi tre anni? Molte cose. Cominciato da cosa non è cambiato. La visione della fisica per esempio. Per me la fisica è la risposta alla domanda più fondamentale che si fa ogni ragazzino di fronte a qualunque oggetto: come funziona?  La mia idea era ed è quella di potere aggiungere un contributo, anche piccolo, ma mio. Non ho mai avuto la perversione di pensare di potere comprendere la mente di Dio come crede Hawking. No, la mia è sempre stata una visione di servizio, aggiungere il mio mattone al sapere, lasciare una piccolissima traccia del mio passaggio. Come dice Salvini non è tanto importante capire tutto ma capire che c’è qualcosa che vale la pena di capire.

Molte cose sono invece cambiate. 

Anzitutto sono entrato in un mondo, quello universitario, del quale ero rimasto sempre ai bordi. Nel buio della notte che ho incontrato salvo due cose solamente, gli studenti e i colleghi. 
Gli studenti perchè sono molto meglio di quello che si possa immaginare. Questa generazione cresciuta con il PC e il cellulare è piena di gente in gamba, di ragazzi svegli certo più di noi. Ahimè più disincantati, meno passionali, più razionali. Ma in qualche modo loro conservano ancora una certa verginità intellettuale, non sono ancora compromessi con quanto di più deteriore vi è oggi nel paese. Trovo che imparo più io da loro che il viceversa e che siano la componente migliore di tutta l'Università e forse anche della società.

I colleghi ricercatori sono stati una scoperta. Ho avuto modo di conoscerne diversi e apprezzarli moltissimo, per la loro dedizione, per i loro ideali e l'umanità. Sono persone nelle quali è vivo l'interesse per l'Università e la società, per ciò che puoi dare e non per quello che devi ricevere. Io non sono mai appartenuto a nulla, mai avuta una tessera di un partito, ne' di un club. Perfino nel lavoro, spendo la maggior parte del tempo ai laboratori di Frascati, eppure non vi appartengo, non ho un gruppo all'Università, ne' un docente di riferimento. Mi sento uno spirito libero, ma delle volte un pò solitario. Eppure con loro sento una comunione di intenti e di obiettivi che non mi era capitata prima. So che durerà poco, che tra poco si scanneranno per un posto di associato, poiché la legge cerca di metterci gli uni contro gli altri e ancora di più contro i giovani ricercatori. Mi godo il momento. 
Ma la cosa più importante di tutte è che è cambiata la prospettiva. Adesso non devo pensare a quando scadrà il mio contratto, ma a cosa fare per un certo esperimento, con la certezza che sarò là a farlo. E questo rende il lavoro più produttivo e la vita più felice.



domenica 10 aprile 2011

i rimedi oltre tempo massimo

Mettiamo che un signore si ferisca ad una gamba. Va dal dottore e questi gli dice che non è nulla.
Passa un pò di tempo e la ferita si infetta, ma ancora, nonostante le pressioni, il dottore dice che non è nulla.
La gamba va in cancrena ed allora il medico dice: "bisogna amputare altrimenti il signore muore".
E' ovvio che nessuno (o quasi) si oppone in una tale situazione. Ma è evidente che poi si denuncia il dottore. E gli si impedisce di esercitare ancora.

Ho tirato fuori questa similitudine oggi in un discorso sulla guerra. Ringrazio che a tavola con la mia famiglia si possa parlare anche di argomenti che esulino dalla cottura della pasta.

La guerra è evitabile? Questa domanda è mal posta. La guerra può essere "giusta"? Questa è ingenua. La situazione è come nel caso del dottore. Le guerre non nascono dall'oggi al domani, ci vogliono dei tempi lunghi di incubazione. E i sintomi sono sotto gli occhi di tutti. Però, per cause di opportunità, per ragioni economiche, vengono ignorati. E come la gamba va amputata, così l'intervento diviene ineluttabile. Ma è tale solo perchè si è lasciato crescere un problema, non si è intervenuto perchè faceva comodo così. Un dittatore può essere un giorno utile, per esempio Saddam contro l'Iran o Gheddafi contro il fondamentalismo islamico, ed un altro ci si accorge che è proprio un dittatore.
Questa dottrina, credo, la introdusse Kissinger: il nemico del mio nemico è mio amico.

Dunque le guerre sono evitabili, ma non nel momento in cui un esercito si è messo in moto. Sono evitabili se si eliminano le condizioni al contorno che le incubano. Però i dottori della diplomazia non pagano mai dazio. Perchè se mandiamo a casa il medico che non ha curato la ferita, non facciamo lo stesso con coloro che incensano discutibili personaggi salvo poi bombardarli?

Mi pare che Lao Tse disse una volta che per non avere problemi grandi bisogna risolverli quando sono piccoli. Sembra banale ma trovo che sia una affermazione interessante, visto che non riusciamo mai a farlo. Anche nel nostro piccolo.

Io almeno ci provo.

giovedì 7 aprile 2011

uno statuto a base 6

Che momento storico. Si riscrivono gli statuti dell'Università. Non si conta nulla come al solito ma almeno ci fanno sapere che si fa.

Bisogna dire che qua si vede la differenza tra due diverse generazioni di persone. I professori ordinari sono tutti preoccupati di non perdere potere. Ogni singola frase viene soppesata affinché i rapporti di forza esistenti non vengano messi in discussione.

D'altro canto noi "giovani" (si fa per dire...) saremmo interessati a costruire un sistema che funzioni, agile, snello, senza troppe sovrastrutture autoreferenziali. Ed invece la cosa più interessante è proprio la rappresentanza negli organi collegiali.

La mia università ha sei facoltà. Queste dovrebbero sparire, secondo la riforma, o trasformarsi in qualche modo. E siccome nessuno vuole perdere potere ecco che la base 6 è il pilastro su cui si costruisce. Organi collegiali ove i rappresentanti siano sempre in multipli di 6. Al solito cambiare tutto per non cambiare nulla.

Osservo questa discussione e penso ingenuamente come sia ristretta la loro mentalità. La maggior parte dei professori è piuttosto anziana, tra pochi anni saranno in pensione. Dunque loro sì possono permettersi di essere coraggiosi, di rifondare una Università su delle basi solidi, svincolate da logiche di piccolo interesse di bottega. Non hanno nulla da perdere. Ed invece no, si comportano come fossero eterni. Perciò non è importante se una norma è buona o no, ma se lede i loro interessi, anche se loro stessi tra pochissimo non ci saranno a difenderli. Hanno avuto tutto, prestigio, fama, denaro.

Hanno lasciato qualcosa? Questo poteva essere il loro testamento. E si comportano come quei vecchi avari e biliosi che fanno vivere i loro figli nell'indigenza per portarsi nella tomba i loro denari.

Hanno trovato una Università rispettata e apprezzata, efficiente e all'avanguardia. Come la lasciano? Come un cumulo di rovine, povera, indebitata, spaventata per il suo futuro. Certo la colpa è anche dei politici, tra cui molti sono docenti universitari, ma di certo è anche e sopratutto loro. Che hanno sempre pensato, tranne poche eccezioni, a mungere la mucca, piuttosto che a procurargli un pascolo verde.


lunedì 4 aprile 2011

L'eredità di Yuri



Il 12 aprile 1961 un ventisettenne, figlio di poveri contadini, lasciò la superficie della terra, a bordo della capsula Vostok 1, per entrare in orbita e nella storia come il primo uomo nello spazio.
Egli divenne l'astronauta per antonomasia. Fu il primo a vedere la terra da lassù, il primo a descrivercela con quegli stupendi colori azzurri, il primo a notare che di là non si vedono i confini. Non sapremo cosa ha realmente pensato perchè non potremo mai condividere la sua esperienza.

Fu un volo breve, meno di due ore dopo ritornò a terra. Non volò mai più, perchè troppo famoso e troppo prezioso per rischiare che perisse in un incidente.
Ed invece solo sette anni più tardi, morì proprio in un incidente aereo,  le cui cause ignote hanno alimentato negli anni una aneddotica complottista. Ma anche questa morte a soli 34 anni contribuì a spingerlo nella leggenda. Come Marylin, Yuri non è mai invecchiato. Lo vediamo sempre sorridente e giovane. Leggiamo del suo stupore quando guardava fuori dai tre oblò della Vostok, ridiamo del fatto che fece fermare il bus che lo portava sulla rampa perchè doveva fare pipì.

Dopo il crollo del muro venne fuori che anche lui un santo non era, giustamente perchè quelli stanno solo in paradiso. Si dice che bevesse, che fosse un donnaiolo. Probabilmente era triste perchè non gli fu concesso di partecipare ad altri missioni, e quando sperava di potere tornare lassù, l'incidente della Sojuz 1 pose fine alle sue aspirazioni.
In qualche modo fu più fortunato Alan Shepard, primo americano nello spazio, il cui nome è sconosciuto ai più, che volò meno di un mese dopo. Almeno lui ebbe la soddisfazione di andare a giocare a golf sulla Luna.

Eppure oggi il nome di Gagarin a 50 anni da quel breve ma fondamentale viaggio è più vivo che mai. E' quasi ironico pensare che il prossimo anno saranno 40 anni dall'ultimo viaggio sulla Luna. Il nostro pianeta scoppia, siamo quasi 7 miliardi e cresciamo di poco meno di 200.000 persone al giorno. Già se pensiamo alle materie prime è impensabile che presto o tardi non saremo costretti a colonizzare lo spazio.

La società di oggi è molto ingessata, poca mobilità sociale, benessere per alcuni paesi e povertà per altri. I figli dell'opulenza crescono tra vizi e noia e con ideali incerti. Verrà un giorno in cui lo spirito dei coloni europei che sbarcarono in America si ridesterà perchè la storia è sempre ciclica. Quel giorno i giovani vorranno andare nello spazio, per creare nuovi mondi, per costruire società più giuste, per fare una nuova terra.

Chissà se il tenente Yuri in quel giro orbitale ha immaginato che il suo volo poteva essere il primo passo in questa direzione.

sabato 2 aprile 2011

a costo zero

Siamo il paese del sottocosto, meglio ancora se zero.

Vogliamo essere dei gran signori ma non spendere. Pensiamo di avere lo stesso tenore di vita di un paese europeo ma i nostri salari sono molto più bassi.

Le pulizie a casa? Ci pensa la colf. Ma non la mettiamo in regola perchè è caro.
L'automobile è un bene irrinunciabile, ma l'assicurazione è salata. Così tre milioni di persone se la confezionano da soli, una bella fotocopia e via.

Vogliamo il giovane preparato e qualificato, ma non gli diamo uno stipendio e i contributi, nossignore. Un bel contratto da precario.
Vogliamo i bus che funzionano e salendo non paghiamo il biglietto, peraltro molto economico confrontato alle medie europee. Insomma vogliamo un servizio ottimo ma non amiamo spendere per ottenerlo.

E' così anche nella ricerca. Riformiamo l'università a costo zero, "senza oneri aggiuntivi" dice la legge. Desideriamo che i nostri figli studino negli atenei ma non creiamo i professori, che sono in rapporto agli studenti molto pochi se confrontati con la media OCSE. E perchè? Perchè tanto ci pensano i ricercatori a fare didattica. Li paghiamo come ricercatori, mica come professori, ci mancherebbe.

E scendiamo ancora di un gradino. Vogliamo fare ricerca ma non li assumiamo i ricercatori. Usiamo dottorandi, assegnisti e borsisti perchè costano meno.

Insomma l'arte di arrangiarsi non è un luogo comune. E' prassi quotidiana. Mettiamo una pezza dietro l'altra, come sull'asfalto delle nostre strade, che cede ad ogni pioggia.

Prima o poi dovremmo fare i conti con il fatto che le nozze non si fanno con i fichi secchi. E quel giorno, temo, è molto vicino.