mercoledì 15 giugno 2011

l'italia peggiore

I giornali riportano di una infelice uscita, non la prima non l'ultima, del ministro Brunetta, che avrebbe apostrofato alcuni precari dicendogli che rappresentano l'Italia peggiore.

Quale è l'Italia peggiore? Sarà quella che sotto il craxismo, di cui Brunetta è stato sponsor e beneficiario, ha raddoppiato per due il debito pubblico? Pensate ad avere un mutuo di 1000 euro al mese e così in poco tempo vi diviene di 2000. Duro da pagare eh? Beh noi abbiamo fatto questo negli anni 80. e ancora paghiamo.

Sarà mica quell'Italia fatta di universitari entrati in base a ope legis e poi ritrovatisi in cattedra con solo tre articoli pubblicati come il ministro?

O invero si parla del figlio del suo collega, noto alle cronache con il soprannome poco lusinghiero del trota, che percepisce un munifico stipendio pur essendo un conclamato imbecille?

Quale è l'Italia peggiore? Quella dei telegiornali che sbagliano le date dei referendum e dicono di andare al mare? C'è di peggio a scambiare una calamità come il terremoto per una opportunità? Oppure sta parlando di chi pensa di sparare cannonate sui boat people che affollano il mediterraneo e che seminano i morti di poveri disgraziati lo stretto di sicilia?

Chissà se il ministro dell'efficienza è entrato di recente in ufficio postale. Decine e decine di anziani in piedi in fila e un solo sportello aperto a fronte di almeno 10 disponibili. Vista questa scena lunedì scorso.

Insomma siamo però contenti, perché finalmente Brunetta, contrariamente al solito, ha parlato di un argomento che conosce veramente bene: l'Italia peggiore !

giovedì 9 giugno 2011

un sorso di privato

Chi mi conosce sa come la penso sul pubblico e sul privato. Di principio io sarei anche favorevole alle privatizzazioni, anzi c'è stato un tempo che ero molto favorevole.

Però mi rendo conto che come un bravo allenatore capisce che mettere in campo una squadra solo in base agli schemi prescindendo dal materiale umano disponibile è perdente, così il legislatore deve fare i conti con la longitudine e soprattutto con la latitudine. Una legge buona in altri paesi non funziona anche in Italia.

Ed il problema è sempre lo stesso: da noi non ci sono regole. O meglio ce ne sono anche troppe (che è come non averne) e non valgono per tutti.

Prendiamo la privatizzazione delle Autostrade. Un grande affare per chi le ha comperate. Lo stato ha dato via una società in attivo che produceva un utile su un servizio, non su un bene. Il privato si guarda dall'investire in manutenzione, nel miglioramento della qualità, nella costruzione di nuove tratte. Amministra tutto con l'unica stella polare del profitto. Lecito se si tratta di un bene, meno se è un servizio e ci sono degli impegni da rispettare.

Una volta tutta l'acqua era pubblica. Adesso ci sono molte società a capitale misto. Il matrimonio privato pubblico è sempre di interesse. Il privato spunta condizioni molto favorevoli, i controlli sui suoi impegni sono sempre distratti e dunque il pubblico paga e il privato ricava. Il costo dell'acqua è molto aumentato negli ultimi anni, forse perchè il servizio è migliorato? Saranno gli acquedotti che adesso non perdono più?

Ci mancherebbe. La qualità degli acquedotti non dipende dalla gestione, ma sempre dalla latitudine. Il più perforato è al sud con capitale misto e il migliore è al nord completamente pubblico.
Il prezzo sale perchè la legge consente una remunerazione adeguata al capitale investito. Ovvero si può caricare la bolletta per rifarsi dell'investimento. E questo indipendentemente dalla qualità del servizio o dagli investimenti.

A me pare che l'acqua sia un bene troppo prezioso per essere privato. Perfino in Francia e Germania sono tornati indietro. Ci sono dei beni della collettività che vanno gestiti dal pubblico. Il pubblico non funziona bene? Va migliorato. Non va svenduto all'amico di bustarella che specula su un bene comune e ripartisce a noi le perdite e a lui gli utili.

Per questo domenica andrà a votare e invito tutti a farlo. Perché qua non si parla di destra o sinistra, si parla di una cosa concreta: di quale paese stiamo costruendo, oppure ahimè smantellando.


domenica 5 giugno 2011

Fight Club

Su insistenza di alcuni giovani amici ho visto un film del 1999, Fight Club. Una pellicola che è divenuta un cult per le nuove generazioni.
Spero che questo post serva per aprire un dibattito sul perché. Alcune cose le ho capite, altre meno.

Diciamo subito che il film è da vedere. Forse da rivedere per capirlo meglio, ma non entrerebbe mai nella classifica dei migliori che abbia visto.

Brevemente è la storia di un annoiato insonne insignificante esseruncolo che conosce una persona fuori dagli schemi (Brad Pitt)  e dalle righe. Viene portato a fare e pensare cose che prima non immaginava. La prima parte della pellicola gira intorno al fight club un posto dove picchiare, e ovviamente essere picchiati, in grande libertà. Una valvola di sfogo. Successivamente la trama diviene meno lineare e si passa da piccoli raduni alla creazione di un vero esercito ombra, in una visione un pò surreale, il cui compito è la distruzione, la demolizione, o al limite il vandalismo dell'ordine costituito. Il tutto finisce con la scoperta della personalità bipolare del protagonista, di cui Pitt è solo la proiezione.

Non nego che ci siano alcune interessanti intuizioni a livello psicologico, e sicuramente qualcuno del campo ne potrebbe capire più di me. Per esempio il protagonista che si trascina da una congregazione all'altra, dagli alcolisti ai malati terminali di tumore, perché il pianto è l'unica valvola di sfogo che gli consente il sonno.
Ci sono alcune frasi di chiara lapalassianità, tipo " tu non sei quello che guadagni, la macchina che guidi, il lavoro che fai etc." che messe nel giusto contesto possono passare per realtà universali.

C'è una atmosfera, decisamente nichilista. La libertà passa per l'annientamento, economico, fisico e sociale. Solo se ti tocca il fondo si è veramente liberi, perché non si ha nulla da perdere.

Non mi sfugge una certo atteggiamento da superuomo che può far breccia sui giovani, forti, sani e ricchi di testosterone. E il fascino sinistro che ha ogni cosa proibita, come guidare contromano in autostrada.

E' l'adrenalina. Credo che uno dei motivi di apprezzamento della pellicola sia proprio l'adrenalina, che sviluppano i combattimenti e le bravate.

Finché si tratta di una pellicola ognuno è libero di portare il suo lavoro. Mi preoccuperei se vi fosse un pò di spirito di emulazione, non tanto nelle zuffe che fanno parte della storia dell'umanità nell'eta giovanile, quanto più che altro nella mentalità distruttrice e autodistruttrice del protagonista.

La libertà non è l'annientamento. Il liberarsi dalle schiavitù materiali è come vivere nel deserto. Un uomo solo nel deserto è libero? (di crepare probabilmente...). No è prigioniero del deserto, è schiavo della sua libertà.
Nell'essere animale, si badi non solo uomo, c'è un concetto di gruppo di collettività. Per noi questo è ancora più importante. E' ovvio che le società non sono mai come le vorremmo noi, le regole non ci piacciono tutte, ma questo è il nostro contesto, la cornice nella quale ci muoviamo. Possiamo provare a cambiarla, ma scassare tutto non mi pare la soluzione.

A meno che non vi sia un ideale alla base. Altrimenti nessuna rivoluzione avrebbe avuto propellente nella storia. Ma in questo caso la miccia che accende tutto è la noia. La vita piatta, la mancanza di ideali, la povertà sentimentale interiore, la freddezza dell'animo.

Ecco forse bisognerebbe guardare di più certe volte al punto di partenza che a quello di arrivo. Forse basterebbe poco per cambiare la traiettoria su cui si mette la nostra vita.

sabato 4 giugno 2011

Tienanmen

Ventidue anni fa finiva il sogno della primavera cinese.


Ero nell'ultimo anno di liceo, gli ultimi giorni di scuola. Pensavamo alla maturità. Era un pò di tempo che vedevamo con molta simpatia questi ragazzi cinesi. Avevano la nostra età  o qualche hanno di più.
Pensavamo che si era ad una svolta storica anche per il comunismo cinese.

All'improvviso la svolta, i carri armati sui ragazzi inermi e indifesi. Avevano issato una piccola statua della libertà, perché qualunque cosa si pensi quello è il simbolo della libertà. Il luogo porta del nuovo mondo, per milioni di persone senza presente. Il paese nel quale ogni cosa è possibile, dalla notte del Maccartismo alla presidenza di un nero figlio di un immigrato. La statua fu la prima cosa abbattuta. Poi i carri armati passarono sui corpi inermi degli studenti universitari. Allora si disse che ci furono 4000 morti. Tutti giovani. E chi non morì lì quel giorno fu condannato a morte, un colpo di pistola al capo e il costo del bossolo addebitato alla famiglia.
Quel giorno è ancora nel mio cuore, come il dolore e lo strazio per quei giovani che chiedevano solo libertà e democrazia.

Tutti indignati ma nessuna reazione. La cina è un mercato incredibile e nessuno si sogna di interrompere le relazioni per una questione di diritti umani, figuriamoci...robetta.

Ricordo qual era la preoccupazione in quei giorni in Italia. C'erano le elezioni europee. Il partito comunista non fu penalizzato dagli eventi cinesi. Perché questo era il problema, per il PCI smarcarsi dalla tragedia e per gli altri etichettarlo a colpevole.

Ci sono vari luoghi nella terra attraverso i quali passa la pace e il progresso. Tienanmen è tra questi.  La Cina non sarà mai una nazione civile se non farà i conti con questo passato.

Erano giovani e forti e sono morti...

martedì 31 maggio 2011

c'era una volta la cabina

C'è stato un momento della mia vita nel quale potevo scegliere se fare lettere antiche (ho sempre amato molto la storia, il latino e il greco) oppure fisica. L'idea di guardare avanti invece che indietro ha diretto anche quella volta la mia decisione. Non sono perciò un laudator tempore acti, molto spesso abbiamo nostalgia del passato solo perché eravamo più giovani, più sani, più spensierati. Ma non ci ricordiamo bene se eravamo anche più felici.

E' stata annunciata la messa in pensione delle cabine telefoniche. Per chi guarda avanti non può che essere una morte annunciata. D'altronde in Italia si certificano solo le condizioni già presenti. Non è la riforma Gelmini che uccide l'Università. Gli atenei sono già belli che decotti, certifica solamente la dipartita. Così non è che la rimozione delle cabine cambia qualcosa. Non se ne trova mai una funzionante.

Però per la mia generazione le cabine sono state un simbolo. La loro porta a libretto era la porta della comunicazione con casa. Era "telefono casa" di E.T. Il gettone telefonico era sempre presente nei borsellini delle persone. Oggi non si può più dire ad un roscio che se si pettina con la riga in mezzo pare proprio un gettone. Correvano gli ultimi anni 70 e io ragazzino ero al mare a Santa Marinella con mia madre. Mio papà lavorava e veniva nei weekend o quando poteva, mio fratello, già grande, raramente. La casa che prendevamo in affitto non aveva telefono, come la maggioranza delle case di mare. Tornati su dalla spiaggia si chiamava casa dalla cabina. E magari si faceva anche la fila. Quando passavano i camion sull'aurelia non si sentiva nulla e si chiedeva di ripetere. Quando ero un pò più grande, sempre al mare la sera, uscendo con un gruppo di amici bisognava fare tappa fissa alla cabina. C'era sempre qualcuno che doveva telefonare.

Allora il costo della telefonata era il frutto di una complicata equazione. C'erano gli scatti, ma la loro frequenza e costo dipendeva dall'ora del giorno e dal giorno della settimana. Per le chiamate in interurbana poi si diceva che si andava in teleselezione, una parola che oggi nessuno usa più e che vuol dire che si metteva un prefisso senza passare da centralino. Il costo dell'interurbana era elevato. Come partiva il "pronto" il suono dei gettoni che cadevano come gocce di pioggia spronava alla sintesi. Arrivò poi l'altra truffa della SIP. La scheda telefonica. Era pratica, si metteva nel portafoglio, ma scadeva. Il senso della cosa era evidente. Molte tessere non venivano consumate sebbene pagate. Se si piegava appena appena non funzionava più.

Poichè l'aspetto è tutto si cominciò a colorarle, e c'è chi le raccoglieva, come i francobolli.

Ci sono varie cabine che ricordo con affetto. Una tedesca, ad Amburgo, dove telefonavo tutte le sere alla mia fidanzata. Una in un college inglese dove ero per una scuola. La cabina dietro piazza dei Caprettari a Roma, da dove chiamai il mio relatore di tesi per dirgli dell'esito di un colloquio per una borsa di studio. E poi, anche se non erano dentro una cabina, i telefoni pubblici della Sapienza davanti a Chimica, di fronte all'edificio di fisica, che erano una meta fissa per comunicare l'esito di un esame. I telefoni della Union Station di Chicago da dove telefonavo a casa la domenica per sapere i risultati delle partite.

Per me che ho adottato il telefonino solo nel 2006 per cause di forza maggiore, la cabina è stata la compagna di tante conversazioni. Sempre un pò buia la sera, poco pulita, i vetri scarabocchiati.

Trovo che rimuoverle, se fossero funzionanti, sia sbagliato però. Non per un fatto sentimentale certo. Ma per una sensazione di sicurezza. Qualunque cosa succeda un telefono pubblico dal quale si possono chiamare gratuitamente i soccorsi aumenta la sicurezza. In un mondo che vive di paure mi sorprende che nessuno noti la cosa.

sabato 28 maggio 2011

Any given Saturday



Ogni sabato mattina il prato tra la banca d'Italia e il Policlinico di Tor Vergata è luogo di un singolare incontro. Un ricercatore quarantenne si vede con un gruppo di studenti dell'Università, facoltà di scienze, molti del corso di Fisica (di alcuni è stato addirittura relatore della tesi triennale). E si gioca a Football Americano!

Si è partiti così come per caso. Da un regalo. Un pallone e una maglietta omaggio dei neolaureati per il 'prof', un pò fanatico di questo gioco. E la promessa di usarli. La fine della primavera dello scorso anno ha visto i primi passi dell'iniziativa. Ma solo quest'anno siamo cresciuti veramente, di numero e di motivazioni. Un giorno fisso, un posto fisso. Prima eravamo in sei, poi siamo diventati otto, cresciuti a dieci, arrivati a dodici, ed oggi, sebbene alcune assenze importanti, eravamo tredici.

Alcuni hanno già un ruolo e un nickname. Damiano è il panzer, Andrea è Norris (perché tutto gli riesce facile come a Chuck Norris), io sono 'il Prof'. Ma sopratutto mi pare che tutti si divertano ed è questa la ragione per la quale tornano e aumentano di numero. 

Il segreto del successo è una alchimia di vari fattori. Prendete il fascino di un gioco in cui l'aspetto tattico è fondamentale. All'inizio arrivavo io con una lavagnetta, adesso ne abbiamo due e un vero playbook. Aggiungete un aspetto agonistico importante sebbene noi cerchiamo di depurare il gioco da quel bit di violenza e pericolosità che vi è insito con regole particolari. Questo non ha purtroppo evitato alcuni infortuni, uno particolarmente grave, che ha costretto un ragazzo a passare la Pasqua e i giorni seguenti all'ospedale per un problema alla lingua. Il destino ha scelto però una delle persone più in gamba, che ha dimostrato in questa occasione un vero stoicismo e ha preso questo problema con serenità. E' tornato a giocare e l'altra settimana ha segnato il touchdown di apertura.

Amalgamate il gruppo con qualche personalità spiccata e una grande propensione a fare bene le cose. Ottenete la perdita del concetto del tempo e di spazio. Oggi abbiamo giocato quasi quattro ore e nessuno se ne era accorto. E' una regressione infantile se vogliamo, l'unico periodo della vita nel quale il tempo non gioca nessun ruolo. Sembra infinito. Siamo là ma fuori dal mondo, dai pensieri, dagli impegni. Si parla, si cerca di migliorarsi, si provano e riprovano gli schemi. E quando una azione passa dalla lavagna al prato c'è una gioia grande, come di avere costruito qualcosa, di avere realizzato una idea.

Ci sono sfottò, provocazioni, canzonature, ma tutti leggeri, divertenti. Magari si discute sulla posizione del pallone per 10 cm, ma solo per il gusto della provocazione. Se succede qualcosa si ripete l'azione, le penalità praticamente non esistono.

Mi sento molto fortunato per avere incontrato un gruppo di persone così belle. Persone che non sono trasparenti, che hanno qualcosa da dire, da fare e che la nostra società etichetta come 'giovani', avendo in questo un sapore negativo, come dire 'non sa fare nulla'. A me pare invece il viceversa. Credo che siano come cellule staminali. Possono essere e diventare tutto.

E frequentandoli mi pare di essere anche io più giovane. Dentro.

giovedì 26 maggio 2011

Il male

Nella sua lectio magistralis per la consegna del premio Nobel Obama disse che il male è tra di noi, è sulla terra, esiste.
Oggi è stato arrestato uno degli strumenti del male, Mladic, passato alla storia come il boia di  Srebrenica.
Penso che i giovani possano leggere su wikipedia cosa è stata Srebrenica: un enorme sterminio, un massacro di persone innocenti nel cuore di europa. Quello che non possono forse vedere perchè non l'hanno vissuto è l'inazione del mondo. 
Srebrenica era un enclave mussulmana in territorio serbo. Gli accordi di pace di Dayton non ne prevedevano. Era necessario risolvere quel problema. Già due anni prima il generale francese Morillon aveva disubbidito ad un ordine per portare aiuti alla città stremata. In quel 1995 le forze olandesi dell'ONU consegnarono la città ai suoi carnefici, e nessun aereo si levò per evitare il massacro.


Pensavo che l'eclissi dell'umanità della seconda guerra mondiale avesse vaccinato l'europa. Invece le questioni non risolte dal regime jugoslavo deflagrarono gettando quella terra in una guerra sanguinaria. 
Ricordo quando vidi in televisione la guerra in Croazia, in quei posti ove pochi anni prima ero stato in vacanza. E i soliti appelli pacifisti, la solita retorica di chi da un lato semplifica sempre il mondo come una lotta tra buoni e cattivi e chi invece pensa che la pace discenda dall'alto come lo spirito santo.


Oggi tutti si rallegrano per questo arresto. Le mamme di Srebrenica possono piangere i loro cari. Ma noi europei non ci facciamo un pò schifo? 16 anni fa, qua dietro hanno ammassato 8000 persone e le hanno uccise. E noi siamo rimasti silenti. 


E' vero il male è tra noi, e vi può stabilire la sua dimora se perdiamo la nostra umanità. 
A photo dated July 24, 1996, shows International war crimes tribunal investigators examine a mass grave in Srebrenica.