C’era una volta un ricercatore che non era ancora professore e che aveva avuto la fortuna di trovare una classe di studenti che gli voleva bene. Ben tre di loro gli chiesero la tesi. Con l’entusiasmo del novizio, diede tutto quello che aveva, persino un libro in regalo a ciascuno, per ricordare quell’esperienza.
Ma quelli uscirono dalla porta per rientrarvi poco dopo con un pallone da football e una maglietta, avendo intuito che il prof sapeva tutto di quello sport, senza averlo mai praticato.
Cominciarono così, nel parcheggio di Sogene, a cercare di capire come si lancia una palla ovale.
Da cosa nasce cosa, altri si unirono. Stabilirono un campo, all’inizio l’attuale orto botanico di Tor Vergata, allora un prato stepposo, e un giorno: il sabato. “Any Given Saturday” lo chiamavano, facendo il verso al famoso film.
E così nacque una storia strana, a metà tra L’uomo dei sogni e L’attimo fuggente. Forse i ragazzi erano più maturi della loro età, forse il prof più giovane della sua: fatto sta che si incontrarono a metà strada.
Arruolarono uno studente americano che lavorava con il prof, e fu lui a far fare il salto di qualità: insegnò la tecnica.
La voce si sparse e altra gente si unì; a volte si riusciva perfino a formare due squadre da sette. Il Parco degli Acquedotti offriva una cornice più epica e fu adottato come campo principale.
C’era chi arrivava e chi partiva. Erano due ore fuori dal mondo, a giocare uno sport che quasi nessuno pratica, cercando di capire, imparare, inventare, scrivendo schemi su pezzi di carta. Non era nemmeno così importante vincere o perdere: se qualcuno faceva una bella azione, tutti gli dicevano bravo. Come dice Pavese: "Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi". Quelli erano attimi da ricordare.
Un giorno spuntò fuori Nick, uno che il football non lo aveva solo visto. Era un giovane insegnante con una passione autentica per lo sport. Ci cambiò profondamente: tecnicamente, tatticamente, ma soprattutto con il suo modo di fare sempre gentile, sempre sorridente.
Nick giocava spesso da quarterback, ma sapeva anche ricevere e correre con il pallone. Era l’anima gentile della squadra, la persona a cui tutti si affezionavano perché percepivano, quasi per osmosi, una bontà che li avvolgeva. Credo di non avere mai incontrato una persona così priva di spigoli e così ricca d'amore.
Diventammo bravi e, forse proprio questo, segnò la fine di quei giorni. Perché quando si capisce prima cosa succede e la velocità aumenta, ci si fa anche male. Tra lingue semimozzate, caviglie slogate e nasi rotti, si decise che fosse meglio fermarsi lì.
Nick tornò a San Diego; alcuni partirono per lavoro all’estero; qualcuno ebbe guai, qualcuno scoprì lati di sé che non conosceva, qualcuno trovò semplicemente la propria strada. Alcuni rimasero in contatto, altri no.
Ogni tanto ci si scriveva su Facebook. A Nick promettevamo: “Verremo a trovarti a San Diego.” Poi il tempo passa, la vita va avanti, e a volte finisce anche.
Caro Nick, non potremo mantenere la promessa di venire a trovarti. Non sapevamo nemmeno che fossi malato. Andarsene così giovani è qualcosa di davvero straziante.
Sapeva di essere segnato. Non so se, verso la fine, gli sia passata davanti agli occhi, come in un film, la sua vita. Se così è stato, spero abbia trovato un po’ di conforto nel ricordare quel branco di scemi che si vedeva ogni maledetto sabato per scherzare, giocare e divertirsi, sentendosi sempre un’unica grande squadra.
Ciao Nick Di Zinno, ovunque tu sia, spero che sia sabato, che ci sia un prato e che qualcuno abbia portato un pallone.



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